Spiccare il volo

di Paola Pastacaldi, 18 settembre 2014

Si parla tanto, tantissimo di immigrazione grazie all’imponente flusso di informazioni che arrivano in casa attraverso la televisione. Le agghiaccianti immagini di Lampedusa, i sacchi neri di plastica con i corpi adagiati sulla riva, i corpi di giovani, uomini, donne incinte, ragazzini e anche neonati. I marinai che aiutano i sopravvissuti a sbarcare. Le loro mani che si sporgono per chiedere aiuto. I nostri marinai che li raccolgono dal mare protetti da tute scafandro, perché devono difendersi dalle malattie. E chi invece prende la strada del deserto e incontra i trafficanti di uomini e viene sequestrato. La sua vita dipende se avrà qualcuno che può pagare. Anche chi non vuole vedere sa, nel minimo dettaglio. Le tragedie dei migranti in prima fila i barconi affliggono ogni nostra giornata, ogni pranzo del mezzodì e ogni serata. Ognuno reagisce a modo suo. Chi con rabbia, chi con senso civico, a volte con un senso di solidarietà ecclatante oppure con una indifferenza esausta. Ma quelle notizie, viste attraverso le innumerevoli immagini delle tv, hanno comunque un difetto: sono troppe e troppo lontane dalla nostra vita reale. Mi ha colpito molto la dichiarazione di uno dei responsabili delle barche di salvataggio di Lampedusa, intervistato da Radio Uno. Alle domane del giornalista ha risposto che non gli interessava valutare che fare dopo, non certo per noncuranza civica, visto che contribuiva al loro salvataggio, ma che per il momento sentiva una sola forte necessità, l’urgenza di salvarli dalla morte. E questo gli bastava. Che quella esperienza di salvare quella gente lo aveva cambiato profondamente e che aveva intenzione di ripeterla, come aveva detto ai suoi figli. Questa è la scelta di chi ha visto morire o è riuscito a salvare tanti migranti, a due passi dalle nostre case. Conoscere da lontano il mondo dei nuovi immigrati che si candidano alla morte sognando la vita, come in una assurda roulette russa, pur di fuggire dalla loro terra, divenuta per loro mortale, guardarli solo in tv non permette di diventare davvero consapevoli di ciò che sta accadendo sul nostro territorio. Ci tiene in qualche modo lontani dalla realtà. Ecco questa lunga introduzione per arrivare a parlare dei ragazzi e dei giovani migranti che arrivano qui in mille rocamboleschi e tragici modi e, nonostante le loro terribili difficoltà economiche, sognano, come fossero ragazzini dalla vita normale, di avere un diploma di scuola media, perché credono in un loro possibile riscatto, che li rende così simili ai ragazzi di tutto il mondo, anche se sono di diversissima provenienza, ceto sociale e abitudini. A Treviso provincia esistono nove scuole CTP (a Vittorio Veneto, Conegliano, Castelfranco, Asolo, Montebelluna, San Polo, etc..), sono le ex 150 Ore, e si occupano di questi giovani stranieri tra i 16 e i 17 anni, sotto la soglia dei 18, a Treviso città sono in tutto centoventi giovani (ma potrebbero essere molti di più se ci fossero gli spazi liberi), che ancora non hanno un diploma di scuola media oppure, se ce l’hanno, quello del loro paese non può essere riconosciuto dall’Italia. A Treviso sono solo due. I ragazzi che frequentano la mattina sono tutti iscritti a Treviso 1. Le loro storie meriterebbero da sole tanti documentari, sceneggiati, e anche film, tanto sono ricche e interessanti. Sono ragazzi africani del Burkina Faso, Marocco, Tunisia, Guinea, Senegal, Costa d’Avorio, Nigeria, Togo, ma anche di altri Paesi come la Cina, l’India, il Pakistan o l’ Europa dell’Est. Questi ragazzini armati di sola buona volontà molto spesso non hanno i soldi necessari per raggiungere la scuola, per fare il viaggio che li divide dal luogo dell’istruzione possibile. Molti di loro vengono da lontano, devono fare anche venti, trenta chilometri al giorno. E gli abbonamenti dei mezzi e delle corriere costano, costano troppo, parliamo di seicento, settecento e anche ottocento euro all’anno. Una cifra enorme per famiglie che spesso hanno perso il lavoro o, comunque, hanno il minimo. Chi è fortunato si arma di bicicletta e pedala, pedala per ore, e quando fa freddo dorme alla stazione più vicina per non dover tornare a casa e la mattina ripartire. Chi ha entrambi i genitori disoccupati, con la crisi sempre più spesso, va nelle discariche e raccoglie materiali da riciclare. Si è proprio così. Sembra impossibile. A Treviso c’è chi vive grazie alle discariche? Sì, è una immagine che ha qualcosa di biblico. E’ ciò che accade da anni e anni nella grandi discariche delle metropoli africane, dove la gente si ingegna per sopravvivere, spartendosi gli avanzi degli avanzi con gli avvoltoi o i gabbiani. Quanta passione per lo studio hanno questi ragazzini ! Per aiutarli e finanziare almeno alcuni di loro con un abbonamento di trasporto è nato un progetto: un libro con le loro storie che si intitola “Spiccare il volo”, curato dalla professoressa Lucia Bulian. Il progetto è in sostanza una cooperativa dal nome suggestivo, Itaca. Lo studio come approdo finale di un sogno, un ritorno a casa, dove costruire una vera casa. E anche un video dove hanno espresso con semplicità il loro sentire, ma che sentire. Video che potete vedere qui sotto. Un amore per lo studio che meriterebbe di essere gridato al mondo, fatto conoscere ai nostri ragazzi e sicuramente coltivato con mille aiuti, prima che si sciupi, prima che arrivi la delusione, la ricerca di altre cose più facili che già seducono anche troppo i ragazzi italiani. Alcool, droga, cattive abitudini. Il bello di questo libro, che è già alla terza edizione (costo offerta cinque euro), è che si tratta di un viaggio. Ne consiglio la lettura a chi ama viaggiare. I ragazzi raccontano con le loro parole, in pieno rispettate da chi ha studiato il libretto (e questo è un grande pregio), il mondo che hanno lasciato e qualche volta lo confrontano con quello che vivono qui, con i loro sogni, le mille paure e le delusioni. Ne emergono ritratti straordinari di bellezza, ripeto è come viaggiare davvero, ma non in quei viaggi dove tutto è sicuro, ma in quei viaggi dove si va veramente vicino alle cose, a toccare con mano che cosa è quel Paese. Viaggi scomodi, ma che lasciano dentro un ricordo eterno e bello più di ogni altro. I racconti possono lasciare chi legge stupito, senza parole per ciò che non conosciamo, per le difficoltà che questi ragazzi hanno già affrontato nella loro vita nel Paese d’origine e quale vita hanno lasciato. Inimmaginabile per noi. Libri da leggere anche per la loro stupenda saggezza che viene dalla loro semplicità. Leggerli è come capire un pochino di più chi sono i migranti. Andare oltre le immagini di povertà che li affliggono, incollate alle nostre menti dai nostri media ossessivi e superficiali. C’è chi racconta di vite di bambini che già a cinque, sei anni si alzano alle sei per custodire le mucche e continuano a lavorare sino a sera per un pugno di grano e guai a fermarsi o tornare a casa sono botte. Ci sono bambini i cui genitori cono in Italia che vivono con parenti che non li amano affatto e li privano anche di quel poco che hanno. C’è un ragazzo che scrive una frase lapidaria: ”In Costa d’Avorio la terra costa poco. Molti bianchi comperano le terre e le coltivano. I bianchi sanno che la terra ha un valore”. Un altro scrive a proposito delle abitudini dei padri: “Quando gli uomini vengono in Europa e poi tornano in Africa loro sono cambiati. Cambiano moltissimo. Per questo le donne africane sono contente quando gli uomini vengono in Europa. Quando tornano sono più gentili, più calmi; quando hanno bisogno di qualcosa non si fanno servire, fanno loro”. C’è chi ha già fatto esperienza della delusione: “Credevo che in Italia ci fosse il Paradiso. Mi sbagliavo, come tutti gli africani hanno sbagliato. Ci sono tanti africani che vendono tutto in Africa, le loro case, tutti i loro beni, hanno fatto debiti per venire in Italia. E qualcuno neanche ci arriva”. Per concludere con un pensiero su cui riflettere: “Questo mondo è difficile, ma è bellissimo”. (OFFERTA LIBERA scrivere a: lucia.bulian@gmail.com) SPICCARE IL VOLO Adelina, Alberto, Bintou, Bleriana, Boubacar, Guieminatou, Innocent, Ivan, Marian, Mihaela, Mohamed, Mosef, Safiatou, Saliou, Oumar, Ozaidou, Sergio, Wahab, Xi Xi «Per ottenere un cambiamento radicale bisogna avere il coraggio di inventare l’avvenire. Noi dobbiamo osare inventare l’avvenire. Tutto quello che viene dall'immaginazione dell'uomo è per l'uomo realizzabile.» Thomas Sankara Indice Introduzione................................................................................ 5 1. Spiccare il volo......................................................................... 7 2. Innocent................................................................................... 9 3. Safiatou.................................................................................. 12 4. Wahab.................................................................................... 15 5. Guieminatou.......................................................................... 17 6. Saliou...................................................................................... 18 7. Oumar..................................................................................... 19 8. Ozaidou................................................................................... 20 9. Adelina.................................................................................... 21 10. Bintou.................................................................................... 23 11. Ivan........................................................................................ 25 12. Mohamed.............................................................................. 27 13. Mosef.................................................................................... 28 14. Mihaela.................................................................................... 29 15. Bleriana.................................................................................... 30 16. Sergio....................................................................................... 32 17. Marian...................................................................................... 33 18. Alberto..................................................................................... 34 19. Bubacar.................................................................................... 35 20. Xi Xi.......................................................................................... 37 21. Thomas Sankara...................................................................... 39 INTRODUZIONE Queste pagine nascono dall'incrociarsi di diverse opportunità e speranze. Tutti gli anni la U.L.S.S. 9 di Treviso propone ai ragazzi delle scuole superiori la realizzazione di uno spettacolo teatrale. Il progetto si chiama 'SHOUT - Ragazzi da Urlo'. L'intento è quello di far sperimentare ai ragazzi la possibilità di un 'divertimento sano' che non ha bisogno di stupefacenti o alcool. I ragazzi che partecipano si riuniscono per trovare insieme un 'tema generatore' dal quale ogni gruppo partirà per realizzare uno spettacolo. E' concessa piena libertà espressiva e creativa. Alla fine dell'anno scolastico ogni lavoro viene presentato a teatro in un grande spettacolo-festa finale. La nostra non è una scuola superiore. E' un CPIA (ex CTP), un Centro Provinciale per l'Istruzione degli Adulti. Questo CPIA ha la possibilità di avere delle aule disponibili anche al mattino, così molti ragazzi stranieri di 16-17 anni vengono qui per imparare la lingua italiana e per prendere il diploma di licenza media italiano. Per noi partecipare a SHOUT è importante: ci dà la possibilità di incontrare ragazzi italiani ed è un grande stimolo per esercitarci ad esprimere quello che sentiamo in lingua italiana. Molti di noi devono prendere la corriera e fare parecchia strada per venire qui a scuola. Spesso questo è un problema. Nel senso che non ci sono soldi per l'abbonamento e molti ragazzi non possono venire per questo. Abbiamo provato ad organizzarci per aiutare questi compagni. Con l'aiuto di CONFCOOPERATIVE TREVISO abbiamo creato una cooperativa scolastica che si chiama CTP CREW. Due banche di credito cooperativo, CENTROMARCA BANCA e BANCA DI CREDITO TREVIGIANO, ci hanno dato un contributo per finanziarci. Il tema generatore di SHOUT quest'anno è 'Spiccare il volo'. Noi abbiamo scritto queste pagine sul nostro lavoro e le vogliamo pubblicare con i fondi di CTP CREW come un piccolo libro. Se riusciremo a venderlo vogliamo riservare i soldi che ricaveremo per pagare gli abbonamenti. Perché noi sappiamo che la scuola è importante per chi vuole 'spiccare il volo'. Ma c'è qualcosa di più ...crediamo che anche queste storie possano volare. E crediamo che chi le leggerà potrà volare con loro. 1 SPICCARE IL VOLO Prof.: - Allora: il tema di quest'anno è 'Spiccare il volo'. 'Spiccare' qui vuol dire lanciarsi, staccarsi da terra per prendere il volo ... Cosa vi fa venire in mente? Sadikou: - Per me è viaggiare. Francesco: - Per me è essere liberi, libertà. Ivan: - Io credo che vuol dire iniziare qualcosa che è importante per te. Non è facile. Ci vuole coraggio. Alassane: - Per me vuol dire tornare in Africa. Safiatou: - Per me vuol dire essere indipendenti. Cioè, avere il coraggio di esprimersi, di essere se stessi. Saliou: - Spiccare il volo: è iniziare un cammino per fare qualcosa di grande, di importante. Xi Xi: - Studiare qui, in Italia. Safiatou: - Decidere di realizzare un sogno. Alassane: - Forse anche solo mettersi davvero a cercare. Cercare la tua strada. Anasse: - Sì ... ma anche realizzare. Essere davvero capace di fare quello che hai in mente... Prof.: - Vi viene in mente qualcuno che secondo voi è stato capace di 'spiccare il volo'? Saliou: - ...noi... che siamo qui ... Mihaela: - Mia madre. Anasse: - Thomas Sankara. 2 INNOCENT In Africa quando vedi una persona anziana le devi molto rispetto. Se un anziano ti chiede di fare qualcosa, tu devi farlo. Per esempio, se sei in bicicletta e vedi un anziano a piedi, tu lo carichi e lo porti. Una volta io avevo un carretto. Ho visto una donna anziana e l'ho caricata sul carretto. Se trovi un lavoro in Burkina Faso non ti fanno un contratto. Ci si mette un po' d'accordo. Se hai bisogno di aiuto chiami qualcuno per quel giorno e gli dai un po' di soldi. Ti possono dare anche due euro al giorno circa. Se lavori per qualcuno e ti fai male, lui ti porta in ospedale. I bambini devono guardare gli animali. io ho guardato le mucche da quando avevo 5 anni. Ti alzi alle 6 e vai nei campi. Alle 9 torni a casa, bevi un po' d'acqua e vai con le mucche. Devi fare veloce perché se i genitori ti trovano a casa ti picchiano. Alle 9 vai con le mucche e rientri alle 6 di sera. Ti porti via un po' di sorgo e te lo cucini, lo mangi con un po' di arachidi. I bambini più grandi vanno anche a cacciare per mangiare un po' di carne. Si trovano serpenti, qualche roditore, uccelli, lucertole, rane, cavallette, gatti... Alla sera i maschi mangiano insieme, le donne insieme. I figli maschi col padre, le figlie femmine con la madre. Tutti mangiano fuori casa. La cucina è dentro, ma non è come qui, non c'è il gas: si mettono quattro sassi in cerchio e la legna in mezzo. Quelli che hanno un parente in Europa hanno la bombola del gas e mangiano cose più buone: possono comprare carne, pasta. Gli altri quasi tutti i giorni mangiano polenta di mais o di miglio, qualche volta riso, nei giorni di festa. Quando non c'è nient'altro si fa la polenta anche con il sorgo. Si mangia pochissima carne, solo alle feste. Casomai qualche volta si mangia il pesce secco. Oppure i fagioli con il riso, o le foglie dei fagioli. Le ragazze vanno in giro a vendere piccole uova bollite, non sono proprio uova di gallina, sono galline piccole. Si usa l'olio di arachidi, mai quello di oliva. In ogni casa vivono tante persone, gruppi di famiglie di 30-40 persone. Il nonno comanda. Devi mangiare veloce, altrimenti non ti resta niente. Non puoi perdere tempo a parlare. A tavola non si parla. Se passi vicino a una casa e senti parlare a ora di cena, scappi via perché vuol dire che là non si mangia. Se passi vicino a una casa e senti silenzio, ti conviene entrare perché là c'è da mangiare. Nei villaggi le case non hanno l'elettricità, si usano le lampade a petrolio. Qualcuno ha la televisione che va con un generatore e tante tante persone, quando il generatore funziona, vanno là a vedere la televisione. In città paghi per entrare a vedere la televisione. I letti sono stuoie di paglia e sopra si mette una coperta. In Africa c'è sempre rissa e ci si picchia sempre. Si litiga tanto. Le donne litigano per i figli. I figli litigano e poi litigano le madri, C'è sempre qualche casino. I bambini più grandi picchiano i più piccoli. I ragazzi si picchiano. I genitori si picchiano. Tante volte si litiga e ci si picchia per il mangiare. Quando le donne vanno a prendere l'acqua (di solito al pomeriggio perché fa meno caldo), litigano per chi prende l'acqua per prima. Se arriva un ladro a casa tua, tu devi gridare e tutti arrivano per picchiare il ladro. Ci sono tanti ladri, rubano tutto, anche gli animali. Se gridi 'Al ladro!' non devi uscire per primo dalla casa, altrimenti tutti pensano che il ladro sei tu e tutti ti picchiano. Anche il ladro ti picchia e dice che il ladro sei tu. Ci sono anche quelli che bloccano le macchine e portano via tutto. Ti spogliano anche per vedere se hai messo i soldi nelle mutande. Se ti fermano e non hai soldi ti picchiano. Di notte è meglio non uscire. Se tuo padre è in Italia tutti gli altri bambini pensano che sei ricco. Non è vero, ma tutti pensano che hai tanti soldi da qualche parte. Quando parti arriva tanta gente a casa tua per darti cose da portare ai loro parenti che sono in Italia: arachidi, farina per la polenta, pesce secco, tante cose da mangiare che è proprio impossibile trovare in Italia. Quando sono arrivato qui in Italia non mi piaceva niente. Adesso mi sono abituato. Per esempio alla pizza. Anche in Africa c'è la pizza, ma costa tantissimo e si vende solo agli stranieri. Io sono bravo a giocare a calcio. Quando sono arrivato in Italia sono entrato in una squadra, ma quando il mister parlava io non capivo e restavo fermo. Cercavo di guardare quello che facevano gli altri e li imitavo. Quando, alla fine, andavo negli spogliatoi a fare la doccia, gli altri ragazzi mi facevano capire che non potevo stare con loro. Dovevo fare la doccia quando loro avevano finito. 3 SAFIATOU In Africa la scuola è molto severa e gli studenti non osano neanche aprire la bocca davanti ai professori. Le mamme hanno tanti figli e ci sono problemi per trovare da vestire e mangiare. I bambini si lavano nel lago, da soli, perché le mamme vanno a coltivare i campi. La mamma si alza verso le 4 di mattina per andare sui campi. I campi sono lontani, bisogna camminare tanto. Qualche volta c'è un asino o un carretto. Se c'è l'asino gli uomini vanno sull'asino e le donne a piedi. Ci vogliono due ore di cammino. Qualche volta anche quattro ore di cammino. Quando hanno finito di lavorare sui campi, le donne vanno a cercare la legna e la portano a casa sulla testa per cucinare. Le donne devono anche andare a prendere l'acqua con un vaso sulla testa. Adesso in Burkina Faso ogni donna ha circa cinque figli. Una volta ne aveva di più. In Africa dicono che bisogna fare tanti figli perché ci sono tante malattie che portano via i bambini. E poi c'è bisogno dei bambini per lavorare la terra. In Burkina ogni villaggio, ogni quartiere ha il suo re. Tutti insieme lo scelgono. Quando muore un re se ne sceglie un altro, ma sempre nella stessa famiglia. Il re controlla che tutta vada bene. E' una specie di giudice di pace. Una volta bisognava sempre portare al re una parte di quello che si coltivava. Per salutarlo ti devi sempre togliere le scarpe. Se una donna stringe la mano al re, diventa sua moglie, anche se è una bambina. Se il re vede una bella ragazza e la vuole, nessuno può più toccarla e lei diventa sua. Un re può avere anche dieci mogli. Hanno tanti figli. Se vedi il re ti devi inginocchiare e guardare in basso. A casa del re ti togli le scarpe e c'è una stanza dove si fanno i 'processi'. Il re non si arrabbia mai, ma se si arrabbiano i suoi 'diavoli', loro ammazzano uno per uno tutti i membri della tua famiglia. I 'diavoli' sono i 'soldati' del re. Certe volte fanno delle feste. Una volta i diavoli prendevano gli albini e li uccidevano con una lancia. Adesso non è più così e uccidono gli animali. Quando ci sono queste feste, se hai animali, devi tenerli in casa. Se c'è una festa e ti dicono che ci devi andare, se non vai i 'diavoli' vengono da te e ti fanno del male o ti fanno impazzire. I re fanno anche dei riti dove si uccidono gli animali. Ci sono re piccoli e grandi. Se i re piccoli hanno dei problemi, vanno da quelli più grandi e forti. Qualche re lavora, qualche re fa il re e basta. Qualche re fa coltivare i suoi campi da tutto il villaggio. C'è un re più grande di tutti, il re di tutto il Burkina, però adesso è ancora un bambino. A volte da un delitto nascono vere e proprie guerre tra famiglie, e allora nessuno può farci niente. I negozi restano chiusi, nessuno esce di casa. Ci sono anche capi religiosi. I capi musulmani sanno guarire le persone con le preghiere. I sacerdoti cristiani scacciano i demoni che sono dentro di te, fanno esorcismi. Il papà era in Italia e voleva che noi tre figli lo raggiungessimo. Noi non volevamo partire perché la mamma doveva rimanere in Burkina Faso. Neanche la mamma voleva farci partire. In Italia le cose che mi hanno impressionato di più sono state: il rubinetto in casa che lo apri e lo chiudi per prendere l'acqua; il bagno in casa; la televisione; la lavatrice; le strade asfaltate; i palazzi, le case alte. 4 WAHAB In Africa, quando un bambino piccolo piange, la madre corre. Il padre non fa niente. Se poi il bambino non è tuo figlio, ma è tuo nipote, nessuno lo guarda. Quando i genitori partono, tanti bambini restano con le nonne. Questo è un problema per i bambini. Se tu resti da solo perché i tuoi genitori sono andati via o sono morti, nessuno ti difende e tutti ti trattano male. Tutti i giorni c'è qualcuno che ti picchia. Quando resti da solo con qualche zio, gli zii ti picchiano e preferiscono sempre i loro figli, anche se sono cattivi e fanno casino. I maschi fanno tutto quello che vogliono. Ti fanno dispetti, fanno scappare gli animali che tu devi guardare e poi gli zii ti picchiano. Se c'è tua mamma sei protetto, se non c'è nessuno ti difende. Il mercato nel villaggio c'è tre giorni alla settimana. Le strade sono fatte di polvere. Cammini e ti sporchi tutto di polvere. Camminiamo o a piedi nudi o con le ciabatte, mai con le scarpe. I bambini hanno sempre i pantaloni bucati. Alcuni, al mercato, mettono le cose per terra. Le cose non sono separate, ma sono mescolate tutte insieme. Si vendono tante granaglie Se qualcuno si ammala prima si comprano le medicine (il dottore non c'è, si trova solo all'ospedale). Le medicine si comprano da dei signori che vanno in giro in bicicletta con sacchetti pieni di medicine. Però certe volte le medicine sono scadute. Se il malato non guarisce si prende la bicicletta e si va in ospedale. Quando arrivi in Italia stai chiuso in casa. Non puoi uscire perché non sai dove andare. Non conosci le strade e ti perdi. Provi a incontrare altri ragazzi, ma non capisci. Sai solo dire “ciao”. A scuola sei come un bambino piccolo: non sai leggere, non sai scrivere, non riesci a fare niente. 5 GUIEMINATOU In Africa se qualcuno mi parlava io piangevo. Se qualcuno mi toccava piangevo. Qua no. Sono più felice. Sono rimasta sola quando avevo tre anni perché i miei genitori sono partiti per l'Europa. Credevo che mia zia fosse mia madre, non sapevo che non era mia madre. Mia zia mi picchiava sempre. Mi alzavo alle 4 di mattina per andare nei campi, poi dovevo andare a prendere l'acqua, cucinare e lavorare tutto il giorno. Mia zia mi dava una montagna di arachidi da piantare e non potevo mangiare fino a quando non erano tutti piantati. Se ero troppo lenta mi picchiava. Da casa mia per andare all'ospedale ci sono 30 minuti di bicicletta. Un'ora per arrivare all'ospedale grande. Le donne che vanno a partorire in ospedale vanno in bicicletta. Qualche donna partorisce quando è al lavoro, nei campi. Ci sono donne che non vogliono partorire in ospedale perché non vogliono essere guardate dagli uomini. Tante volte le persone che lavorano in ospedale sono cattive: urlano e non ti lasciano il tuo tempo. Se la donna partorisce in casa ci sono le donne anziane che la aiutano. Una volta la moglie del re del villaggio doveva partorire. L'hanno messa su un carretto per portarla all'ospedale, ma lei non ce l'ha fatta ad arrivarci e ha partorito davanti a casa mia, e tutti noi bambini eravamo lì a guardare mentre lei gridava. 6 SALIOU Nella mia famiglia tutti sono musulmani. Mio padre ha 51 anni e mia madre ha 45 anni. Sono stati sposati per circa 8 o 9 anni, poi si sono separati quando io avevo 2 o 3 anni. Ho un fratello e anche una sorella. Mio fratello ha 15 anni e mia sorella 14. Mio padre fa il commerciante, ma non ha soldi. Lui prima era qui in Italia e lavorava sempre, ma alla fine non ce la faceva più perché ha fatto un incidente con il motorino, un giorno, mentre andava a lavorare. Si è fatto male a una gamba, è andato in ospedale. E' tornato a casa, ma dopo due mesi ancora non aveva ripreso a lavorare. Dopo ha ricominciato a lavorare, per 3 o 4 anni, ma stava sempre male. Non riusciva più a stare in piedi per 8 ore con la sua gamba. Per questo è tornato in Senegal. Adesso sta meglio, ma non ha lavoro. Ma la gamba va meglio. Anche mia madre non ha lavoro. Io sono qui in Italia e troverò un lavoro per aiutarli. 7 OUMAR C'è molta differenza perché i bianchi vengono in Africa per turismo, per divertirsi. I neri non arrivano in Europa per turismo. La terra costa poco. Molti bianchi comprano le terre e le coltivano. In Africa non ci sono tante tasse come qua. I bianchi sanno che la terra è un valore. Noi non lo sapevamo prima. In Costa d'Avorio i bianchi si interessano delle materie prime. Gli interessa pagare poco le materie prime. 8 OZAIDOU Sono nato a Giogaussi, in Costa d'Avorio. Vivevo con i miei genitori, una sorella e un fratello. Quando avevo tre anni, mio padre è partito per l'Italia. Io, la mamma e i miei fratelli siamo tornati in Burkina Faso, dai nonni. In Burkina Faso mia mamma faceva qualche commercio, mio fratello andava a scuola con mia sorella, mio padre ci mandava soldi. Eravamo felici. Dopo due anni mio nonno è morto e mio padre è tornato per il funerale. Quando è tornato ha costruito una casa per mia madre e mia nonna, poi è ripartito per l'Italia. Dopo un anno è ritornato. Avevo sei anni e andavo a scuola. Lui ha sposato un'altra moglie e ha costruito una casa per lei. Vivevano insieme. Poi è ripartito per l'Italia. Mia madre e la nuova moglie non andavano d'accordo. Dopo nove mesi la nuova moglie di mio padre ha avuto un bambino. Dopo un anno mio padre è ritornato. Era molto dimagrito perché aveva troppi problemi con le due mogli che non riuscivano a mettersi d'accordo. Ha comprato un terreno nella capitale e ha costruito un'altra casa. Due anni dopo ha portato con sé in Italia mio fratello. Ha divorziato da mia madre. Non c'era un buon motivo, era solo per stare con l'altra. Ma non ha funzionato. Poi è arrivato il 2012 e ha portato in Italia anche me. E' riuscito a comperare un altro terreno nel nostro villaggio. Ha costruito una casa e la sta per finire. E ora eccomi qua, con Lucia, a studiare. 9 ADELINA Sono nata a Retijё, nel 1991. E' un paese di campagna, nel comune di Rahovec, in Kosovo. per me è stato, ed è ancora, un bellissimo paese, immerso nella natura, con tanti alberi da frutta. Quando sono nata avevo tanti capelli neri. Ho cominciato a camminare prestissimo, a 8 mesi e piangevo perché volevo sempre una persona che mi accompagnasse. A tre anni ero una bambina forte. Giocavo tutto il giorno e dormivo poco. Non sono andata all'asilo, non esisteva nel mio piccolo paese. A sette anni ho cominciato la scuola elementare, ma è cominciata anche la guerra. Ogni mattina piangevo disperata perché avevo paura dei soldati serbi. Mi accompagnava mio padre e appena arrivavamo, io lo imploravo di tornare subito a prendermi. Ho cambiato cinque scuole perché non c'era mai un posto sicuro. Sono andata nelle scuole dei paesi dove scappavamo. Mi cambiavano sempre classe, era un periodo difficile per una bambina come me. Per fortuna i miei genitori mi sono sempre stati vicini. Quando ho compiuto 14 anni ho cominciato ad andare in una scuola che era molto lontana. Dovevo andarci a piedi e camminavo per più di un'ora per arrivare. Quando tornavo a casa aiutavo mia madre nell'orto, perché in quel periodo mio padre era ormai in Italia. Poi sono andata alle superiori. Ho dovuto lasciare mia madre per andare a stare dai nonni, che abitavano più vicini alla città dove c'era la scuola. All'inizio è stato duro: avevo tante difficoltà e quando tornavo a casa dovevo studiare moltissime ore, ma piano piano le materie che studiavo mi piacevano sempre di più e alla fine mi sono diplomata con 72 punti su cento. Vorrei tanto continuare a studiare. Vorrei tanto studiare medicina. Quando ho finito gli esami sono partita con mia sorella e mia madre per l'Italia. Era difficile: non conoscevo la lingua, non conoscevo la città, non conoscevo nessuno. Ogni sera mio padre mi portava fuori a passeggiare, per ambientarmi. Dopo due mesi mia madre è tornata in Kosovo, dove erano rimaste le altre mie sorelle e mio fratello. Da quel momento a oggi io e mia sorella abitiamo con mio padre e la mamma abita in Kosovo con gli altri figli. Quando ci sono le vacanze ci incontriamo. 10 BINTOU In Africa i maschi non fanno niente, solo le donne. Gli uomini dicono 'è lavoro da donna', e non fanno niente. Gli uomini casomai lavorano fuori, le donne fuori e anche in casa. Quando le donne portano da mangiare agli uomini, si inginocchiano davanti a loro. Quando gli uomini vengono in Europa e poi tornano in Africa loro sono cambiati. Cambiano moltissimo. Per questo le donne africane sono contente quando gli uomini vengono in Europa. Quando tornano dall'Europa gli uomini sono più gentili, più calmi; quando hanno bisogno di qualcosa non si fanno servire, fanno loro. In Africa gli uomini vogliono tante mogli e tanti figli, ma quando tornano dall'Europa cambiano, perché vogliono essere come in Europa. In Africa tanti uomini sposano più mogli, fanno tanti figli e poi non sanno come mantenerli. Quando un uomo ha più mogli ci sono tanti litigi. Si litiga molto per gelosia. La notte il marito va con una moglie e le dice: 'Io amo solo te'. La mattina dopo è tutto un litigio furioso. Il fatto è che gli uomini sono degli irresponsabili. Si trovano anche mogli che si vogliono bene, ma è difficile. A molti bambini, in Africa, succede di rimanere soli. Avevo 5 anni e i miei genitori si sono separati. Poi tutti e due sono andati a cercare lavoro in Europa. Io sono rimasta con una nonna che non mi voleva bene. Avevo tanto bisogno di amore, ma ero un peso per tutti. Col tempo sono diventata grande e alta prima del tempo. Anche questo è un problema. Io mi sono sempre detta che non voglio essere una persona cattiva, voglio prendere la strada giusta. Ma molte volte è difficile. Ci vuole molta forza e credere che se Dio ti ha dato questo destino bisogna accettarlo. 11 IVAN Sono nato a Subre, in Costa d'Avorio. Nella casa dove sono nato vivevamo in circa 15 persone. C'era poco da mangiare e mia mamma, quando avevo circa 6 anni, è partita per cercare fortuna qui in Italia. Quando lei è partita è arrivata una sorella di mio padre che stava in Guinea e mi ha portato via con lei. Diceva che voleva farmi andare a scuola in Guinea. Quando però siamo arrivati là, le cose si sono messe male: mia mamma le mandava i soldi, ma lei non mi mandava a scuola. Mi picchiava e non mi dava da mangiare. Mia zia guardava solo i suoi figli e non mi faceva mai parlare al telefono con mia madre. Per mangiare andavo a lavorare per una donna che vendeva cibo per la strada: aveva una piccola cucina e cucinava per chi passava. Alla fine mi dava un po' di quello che avanzava. A casa della zia dovevo fare tutti i lavori di casa e dovevo sempre andare io a prendere l'acqua. Tante volte non dormivo a casa, ma per strada, dove capitava. La zia non mi ha mai dato dei vestiti. Ero arrivato dalla Costa d'Avorio con un paio di pantaloni e una maglietta e per due anni e mezzo ho sempre avuto solo quelli. Quando erano sporchi andavo a lavarli al fiume e poi aspettavo là, nudo, che si asciugassero. Io non dicevo niente a nessuno perché avevo paura delle botte. Dopo due anni e mezzo mia madre è tornata dall'Italia e ha voluto venire a trovarmi. Mi ha trovato così: con i vestiti vecchi, senza scarpe. Io le ho detto che se mi lasciava ancora là morivo. Nel mio Paese la zia (la sorella del padre) ha molto potere sul nipote maschio. Hanno fatto tre riunioni per discutere su di me. Mia zia non voleva lasciarmi andare. Per questo mia madre ha perso l'aereo per il ritorno in Italia e ha dovuto comprare un altro biglietto. Però è riuscita a riportarmi in Costa d'Avorio. Là sono andato a vivere con la nonna. Sono andato a scuola e poi, quando la nonna è morta, mia madre mi ha fatto arrivare qua in Italia. Mia madre alla fine è riuscita a riunirci tutti: anche le mie tre sorelle. 12 MOHAMED Mia zia si chiama Bineta Diop, è senegalese e di religione musulmana. Ha 65 anni e vive a Dakar, la capitale del Senegal. Quando mia nonna è morta, lei aveva 30 anni e mia mamma solo 17, così mia zia le ha fatto da madre. Quando mia mamma è morta, mia zia ha preso con sé me e mio fratello, come prima aveva fatto con mia mamma. Mia zia ha un figlio grande: anche lui è un fratello per me perché la zia non ha mai fatto differenze fra noi. Aveva un bel lavoro e non ci ha mai fatto mancare niente. Le voglio un mondo di bene. Quando parlo di lei mi scende una lacrima dall'occhio destro perché sono sicuro che se non ci fosse stata lei nessuno l'avrebbe potuto fare. Ci ha educato come si deve, con rispetto e sincerità: non ci ha lasciato fare quello che ci pareva ma ha sempre cercato di fare di noi dei ragazzi seri e la ringrazierò ogni giorno per questo. E' una persona cara, gentile, sempre allegra. Il suo sorriso potrebbe curare ogni mio male. Non le piace vedere la gente soffrire, cerca sempre di aiutare chi ha bisogno. Ci vuole tanto per farla arrabbiare, però è molto sincera e non ha paura di dirti come stanno le cose veramente. Ti dice in faccia quello che va bene e quello che non va bene. La stimo. E' un punto di riferimento per me. 13 MOSEF In Marocco c’è mia zia che io chiamo “mamma” perché quando ero piccolo mia mamma doveva lavorare in Italia e mi mandava a stare da lei. Visto che lei non ha figli mi considerava suo figlio. Io e lei eravamo inseparabili. Quando lei andava al lavoro io l’aspettavo ansioso perché dopo il lavoro passava al supermercato a prendermi qualche cosa. Crescendo mi servivano consigli e lei c'era sempre . Lei è considerata l'uomo di casa perché è lei che si preoccupa di tutti ed è l’unica che ha un diploma. Mia mamma, “mia zia”, ha vissuto tanti problemi con me e mio fratello ma a lei non importa, ci vuole bene lo stesso. Circa 5 mesi fa un'altra mia zia, la più piccola, si doveva sposare e non aveva soldi da parte. Allora mia zia (quella che chiamo mamma) si è rimboccata le maniche e ha pensato a tutto lei. Ha organizzato una festa con circa 150-160 invitati. E' durata e durata un giorno intero perché noi marocchini facciamo le feste in grande. 14 MIHAELA Mia madre è nata in Romania, a Galati. Ha sette sorelle e tre fratelli. E' cresciuta in campagna, con i suoi genitori e fratelli. A diciassette anni si è sposata. Subito dopo mio padre è andato a fare il militare. Al suo ritorno mia madre è rimasta incinta del mio primo fratello. Presto siamo arrivate anche noi, due sorelle, e un altro fratellino. Quando avevo cinque anni mia mamma si è separata da mio padre perché era un uomo cattivo. Il mio fratellino più piccolo è morto per una malattia che è durata sei mesi. La mamma è riuscita a prendere me e mia sorella, il fratello più grande è rimasto con mio padre. La mamma si è risposata e poi è venuta in Italia a lavorare per poter mantenere noi bambine, che siamo rimaste con i nonni. Dai nonni ho conosciuto mio fratello, che era cresciuto lontano, con mio padre. Due anni fa mio fratello si è suicidato, per colpa dell'amore. Mia madre ha sofferto molto per la perdita dei figli, ma non ha mai smesso di avere cura di noi sorelle. Adesso mia mamma si è ripresa perché viviamo insieme e può badare a noi di persona. Ora siamo una famiglia felice e unita! 15 BLERIANA Mia madre è una donna forte. Ha perso tre figli maschi. Ha vissuto le due guerre del Kosovo. Nel 1999 io avevo solo due anni. Mio padre lavorava in Slovenia. Io e mia madre vivevamo a Doberdelan. I serbi arrivavano in gruppo nei villaggi. Picchiavano e uccidevano uomini, donne e bambini e poi li buttavano nelle fosse comuni. Per terrorizzare le persone, tagliavano una testa e poi giravano per il paese con la testa tenuta per i capelli. Tutti scappavano. Quando sono arrivati a Doberdelan, mia zia stava per partorire. Quando è arrivato il momento di far nascere mia cugina, lei non doveva gridare, eravamo nascosti e i serbi non dovevano sentire. Però sono entrati nella casa della nostra vicina. Lei aveva una gamba ammalata, non poteva muoversi, I suoi tre figli erano con lei. Li hanno uccisi tutti con il mitra. Allora la mia famiglia ha deciso che dovevamo scappare anche noi. Il nonno e gli zii hanno attaccato un carro al trattore. Siamo saliti tutti sul carro, eravamo più di 25 persone, e ci siamo coperti con un telone. Avevamo appena iniziato il viaggio quando un soldato serbo ha fermato mio zio, il fratello di mio padre, che stava guidando il trattore. Il soldato ha controllato il carro, poi è tornato dallo zio e gli ha chiesto: - Hai mai mangiato l'orecchio di tuo figlio? Lo zio ha detto no, e lui: - Adesso te lo devi mangiare. Poi ha preso un bambino, mio cugino. La nonna ha raccolto tutti i soldi che avevamo, tutte le catenine d'oro, tutti gli orecchini e glieli ha dati. Così ha salvato mio cugino. Col trattore siamo arrivati a Bellenicë, a casa di mia zia. Però ci siamo fermati solo 2 giorni. Appena abbiamo saputo che stavano arrivando i serbi, abbiamo cominciato a scappare. C'era tanta confusione, tanto gridare, piangere. Il trattore con il carro era appena fuori del paese, ma quando siamo saliti mia zia ha cominciato a gridare perché non trovava i suoi bambini: nella fretta la bambina appena nata e il fratellino di un anno e mezzo erano rimasti a casa della zia. Così il nonno e la zia sono dovuti tornare indietro, pieni di terrore. Come tanti altri, anche noi siamo scappati in Albania. Ci ha ospitato una donna che aveva sei figli. C'era poco da mangiare. Siamo tornati a Doberdelan dopo un anno. La nostra casa era bruciata. Tutto il paese era bruciato. C'erano ancora molti cadaveri sulle strade. Adesso io vivo in Italia. Non è facile. Ho parenti in Austria, in Svizzera, in Germania, in Svezia, in Norvegia e anche in Australia. Alcuni miei cugini non parlano più la nostra lingua. Quando torniamo in Kosovo il nonno ci parla della guerra e piange. La NATO ha salvato i Kosovari. 16 SERGIO Quando mia mamma aveva sedici anni è rimasta incinta di mia sorella. Poi sono nato io. Mio padre era veramente cattivo. Non la lasciava uscire. La picchiava forte. Grazie a Dio mia mamma ha avuto il coraggio di lasciarlo e di andare avanti da sola, con noi due bambini. Anche quando ha deciso di venire a cercare lavoro in Italia è partita da sola. Noi siamo rimasti dai nonni. Lei è arrivata qui e non conosceva nessuno, non parlava l'italiano. Lei era tanto preoccupata per noi. In Colombia tanti bambini si drogano già a 9 o 10 anni, oppure bevono alcool e lei aveva paura. Poi ha trovato Francesco che è diventato il suo compagno. Lui l'ha aiutata molto, anche a farmi arrivare qui in Italia. Adesso lui è come un padre per me. 17 MARIAN Nella mia famiglia siamo in dodici. Io sono Marian. Ho quattro sorelle e cinque fratelli. Le mie sorelle si chiamano Pat, 53 anni, Blessing, 45, Joy, 37, Evelyn, 34. I miei fratelli si chiamano Elvis, 51, Sir, 42, Koster, 49, Edwin, 47, Osàs, 28. I nostri genitori sono Margherita e Anthony. Mia sorella più grande ha 53 anni. E' sposata con tanti figli e anche già nonna. Anche gli altri sono tutti sposati con figli. Ho 30 nipoti e 8 pronipoti. Mio papà è vecchio, mia mamma è mancata un paio di anni fa. Mia mamma era una donna forte e coraggiosa. Ha fatto tutti i tipi di lavoro possibili per mantenerci e mandarci tutti a scuola: non era una cosa semplice. Anche mio padre ha fatto tanti lavori. Prima di avere tanti figli, tutti e due facevano gli insegnanti. Sono stati insieme per cinque anni prima di sposarsi. Siccome sono di religione cristiana, mio padre ha sposato solo una donna, mentre nel mio Paese, la Nigeria, gli uomini sposano più di una donna. Sono stati sposati per 45 anni prima che la morte li dividesse. 18 ALBERTO Da ragazzo mio padre ha fatto il servizio militare. Quando è tornato a casa è stato assunto in una impresa stradale. Ha fatto un po' di esperienza, poi ha trovato un'occasione e si è comprato uno scavatore tutto suo. Ha chiesto di lavorare part-time nell'impresa stradale e quando tornava a casa lavorava con il suo scavatore. Dopo un po' di tempo si è licenziato e si è messo a lavorare in proprio. Nel frattempo è nato mio fratello. Quando mio fratello aveva quattro anni, mio padre ha comprato un altro scavatore, più grande e più nuovo. Poi sono nato io, circa due anni dopo. Mentre io e mio fratello crescevamo, mio padre ha comprato un altro scavatore, ancora più grande e anche un camion per trasportarlo. L'anno scorso, visto che io e mio fratello vogliamo continuare l'attività, mio padre ha cambiato un vecchio scavatore con uno nuovo. In tutti questi anni mio padre non ha mai avuto bisogno di un meccanico o di un aiuto. a sempre fatto tutto da solo. Fa demolizioni, spurgo di fossati, sradica ceppi di alberi, scavi in genere ... Io ammiro molto mio padre perché è partito con niente e ha creato un'azienda. 19 BOUBACAR Mi chiamo Boubacar. Sono guineano. Sono venuto in Italia con la mia famiglia. Mi ricordo benissimo il giorno della mia partenza: ero così contento, così di fretta. Mio fratello, mia zia, altre persone che ci hanno accompagnato all'aeroporto ci guardavano come se fosse l'ultima volta che ci potevano vedere. La Guinea è un paese dell'Africa Occidentale molto bello, anche se è sottosviluppato. Questo Paese oltre agli aspetti negativi possiede anche molti aspetti positivi, che in genere la gente non conosce. Di solito le persone vedono documentari che mostrano certe immagini e pensano che tutto quello che si vede sia vero e che siano le sole cose che ci sono in quel Paese. In realtà in Guinea si può vivere bene, molto bene. Tuttavia quando si abita là, soprattutto se si è giovani, si spera di trovare da qualche parte una vita migliore. Così si cerca di emigrare. Come ho fatto io. Io adesso sento tanta nostalgia. Credevo che in Italia ci fosse il Paradiso. Mi sbagliavo, come tutti gli africani che hanno già sbagliato. Ci sono tanti africani che hanno venduto tutto in Africa, le loro case, tutti i loro beni, hanno fatto debiti per venire in Italia. E qualcuno neanche ci arriva. Quando sono arrivato non conoscevo nessuno. Non capivo la lingua. Sono rimasto scioccato dal razzismo. Tante persone ti guardano come se tu venissi da un altro pianeta, sicuramente inferiore. I primi amici sono stati quelli stranieri e neri, come me. Col tempo, però, in me è cambiato qualcosa. Prima ero un ragazzo timidissimo, avevo paura di tutto. Ma con il passare del tempo qui, in Italia, ad un certo punto mi sono ribellato alla mia paura. Il fatto è che ora inizio a sentire un po' cosa è la libertà. E, anche se è difficile, ho tanta voglia di scoprire ancora tante cose di questo mondo dove viviamo, con le sue società così diverse, con tanti diversi colori della pelle, con tanti modi di pensare e culture. Questo mondo è difficile ma è bellissimo. 20 XI XI Mi chiamo Xi Xi. Sono cinese. Sono arrivata in Italia un anno fa. Da sola. Ero molto emozionata. L'Italia mi è piaciuta tantissimo: il clima, il cibo, la moda, la vita, i rapporti fra le persone. Quando vado in giro per le strade mi rattristo un po' perché in Cina le città non sono così pulite e ordinate come in Italia. In Cina ci sono grandissimi contrasti: ci sono molte auto di gran lusso, c'è sempre più gente ricca, ma i poveri rimangono la maggioranza. Poi penso che che il progresso sta facendo bene alla Cina e tutto si sta trasformando a una velocità vertiginosa. Mi ha colpito molto quando ho saputo che in Italia esistono le ferie estive. Tanti italiani vanno in spiaggia e stanno in vacanza. In Cina non esistono le ferie estive. Si lavora sempre, sabato compreso. La mia città è sempre animata, dalla mattina fino a tarda notte, con milioni di persone impegnate nelle loro attività. I grandi supermercati sono aperti dalle otto di mattina alle undici di sera, con orario continuato. A me piace tantissimo studiare qui. I compagni di scuola sono simpatici e vengono da diversi Paesi del mondo. I prof. sono gentili e spesso mi aiutano. Il corso di italiano è interessante. Studio solo quattro ore al giorno a scuola. In Cina le lezioni erano faticose e difficili. L'orario scolastico era dalle 7.30 di mattina fino alle quattro di pomeriggio. Dopo scuola c'erano tanti compiti da fare e studiavo fino a tardi. Ora sono felice di poter viaggiare, conoscere diversi stili di vita, diverse idee, diverse culture. Mi piace la vita in Italia e amo la cultura italiana. 21 THOMAS SANKARA Quando Anasse ha detto che per lui 'spiccare il volo' è pensare a Thomas Sankara, i nostri compagni burkinabè hanno sorriso e si sono scambiati occhiate di intesa, come loro altri ragazzi provenienti dall'Africa Subsahariana. Molti altri non lo avevano mai sentito nominare. Così ne abbiamo parlato in classe. In Internet abbiamo trovato un bellissimo documentario di Silvestro Montanaro e poi molti discorsi di Thomas Sankara. Alla fine è diventato amico di tutti. In queste pagine riportiamo qualche notizia sulla sua vita e le frasi che ci hanno colpito di più dei suoi discorsi. Crediamo che queste frasi possano essere semi che spiccano il volo fino a trovare il terreno giusto dove crescere. Nel nostro cuore, nel cuore delle persone che le leggeranno. Thomas Sankara da bambino Il Burkina Faso una volta si chiamava Alto Volta, perché si trova nella parte alta del corso del fiume Volta. E' stato una colonia francese fino all'indipendenza, 5 agosto 1960. Thomas Sankara nasce il 21 dicembre 1949. Nasce in una famiglia povera, terzo di dieci fratelli, in uno Stato povero, con un tasso di mortalità infantile altissimo, un tasso di analfabetismo del 98%, un'aspettativa di vita media di circa 40 anni, un medico ogni 50.000 abitanti. Lui si considera fortunato: «Metà dei bambini nati nel mio stesso anno sono morti entro i primi tre mesi di vita. Io ho avuto la fortuna di sfuggire alla morte e di non cadere vittima di nessuna di quelle malattie che quell’anno fecero più vittime di quanti fossero i nati. Sono stato poi uno dei sedici bambini su cento che hanno potuto andare a scuola, altro enorme colpo di fortuna». A scuola Thomas è un ragazzino molto studioso, ma ribelle. A 11 anni guida uno scontro tra studenti voltaici e studenti francesi per sostenere l'indipendenza del suo Paese. Per questa sua 'rivolta' scolastica suo padre finisce in carcere ad espiare le colpe del figlio. Il servizio militare A 17 anni entra in una scuola militare perché, venendo da una famiglia povera, non ha altro modo per proseguire gli studi. Anche la sua carriera militare è costellata da piccole e gradi ribellioni. Thomas afferma che «un militare senza formazione politica non è che un potenziale criminale» e quando viene mandato a combattere contro il Mali per contendere una striscia di deserto, afferma: «Io contesto la necessità politica ed umana di questa guerra» e «Se dobbiamo combattere, facciamolo, coscientemente e per volontà comune, per sopprimere le frontiere tra due popoli uniti da tutto e non per rafforzarle». Inizia la carriera politica Dopo l'indipendenza la storia dell'Alto Volta è simile a quella di molti altri Stati africani: povertà estrema delle zone rurali, economia in mano ai poteri neocoloniali, corruzione dilagante, lotte per accaparrarsi il potere. Nel 1981 Thomas Sankara viene nominato Segretario di stato per l'informazione, ma si dimette dopo poco tempo, disgustato dalla politica corrotta del governo. Motiva le sue dimissioni affermando pubblicamente: «Non posso contribuire a servire gli interessi di una minoranza». Per questo viene arrestato e chiuso in prigione. Presidente di una rivoluzione Le vicende politiche si susseguono complesse e violente, fino a quando un ennesimo colpo di stato porta al potere un gruppo di sottufficiali capeggiati da Sankara, che viene nominato presidente. E' il 4 agosto 1983. Sankara vuole segnare questa data come l'inizio di una rivoluzione: «Crediamo che il mondo sia diviso in due classi antagoniste: gli sfruttati e gli sfruttatori» «Non possiamo esimerci dalla ricerca ad oltranza della giustizia sociale» «Noi siamo quello che siamo, cioè un regime che si consacra anima e corpo al benessere del proprio popolo. Chiamate ciò come volete, ma sappiate che non abbiamo bisogno di etichette. La nostra è una rivoluzione autentica, diversa dagli schemi classici». Il concetto di felicità Sankara vuole una rivoluzione basata sul diritto di ciascuno alla felicità. La felicità come bene comune, che è di tutti, oppure non può essere di nessuno. Per questo è necessario un cambiamento radicale della società. «La nostra rivoluzione è e deve essere l’azione collettiva di rivoluzionari per trasformare la realtà e migliorare concretamente la situazione delle masse del nostro Paese. La nostra rivoluzione avrà avuto successo solo se, guardando indietro, attorno e davanti a noi, potremmo dire che la gente è, grazie alla rivoluzione, un po’ più felice perché ha acqua potabile, un’alimentazione sufficiente, accesso ad un sistema sanitario ed educativo, perché vive in alloggi decenti, perché è vestita meglio, perché ha diritto al tempo libero, perché può godere di più libertà, più democrazia, più dignità». L'idea alla base del governo di Sankara è semplice: non è giusto che qualcuno muoia di fame e privazioni mentre qualcun altro può permettersi lo spreco. Per questo Sankara pone prima di tutto in atto politiche di austerità che coinvolgono se stesso e gli uomini del proprio governo: stipendi tagliati a militari e funzionari pubblici; viaggi aerei in seconda classe e rimborsi spese molto contenuti per i politici in viaggi diplomatici; ben pochi privilegi per i governanti che dovrebbero essere i servitori del popolo e non i suoi sfruttatori. Per spostarsi nella capitale Ouagadougou, Sankara usa di solito una bicicletta. «Non possiamo essere la classe dirigente ricca di un paese povero». «E’ inammissibile che ci siano uomini politici proprietari di ville che affittano a caro prezzo agli ambasciatori stranieri, quando a quindici chilometri da Ouagadougou la gente non ha il denaro per comprare nemmeno una confezione di nivachina per curare la malaria». Il Paese degli Uomini Integri Il 4 agosto 1984 Sankara e il suo governo ribattezzano il Paese: non si chiama più Alto Volta, ma Burkina Faso, cioè 'Paese degli uomini integri'. Sankara sogna un Paese che può farcela da solo, veramente indipendente perché autosufficiente. «Il nostro paese produce cibo sufficiente per nutrire tutti i burkinabè. Ma, a causa della nostra disorganizzazione, siamo obbligati a tendere la mano per ricevere aiuti alimentari, che sono un ostacolo e che introducono nelle nostre menti le abitudini del mendicante. Molta gente chiede dove sia l’imperialismo: guardate nei piatti in cui mangiate. I chicchi di riso importato, il mais, ecco l’imperialismo. Non c’è bisogno di guardare oltre». Con la forza e la limpidezza di questo entusiasmo, è incredibile quello che Sankara riesce a fare in pochissimo tempo: assicura due pasti al giorno e dieci litri d’acqua a ciascun burkinabé, investendo nello scavo di pozzi, nella costruzione di piccole dighe, nell’aiuto economico e tecnico a quel 90% della popolazione che vive nelle zone rurali. In soli quattro anni la vita media in Burkina Faso passa da 44 a 50 anni. La costruzione di centinaia di scuole pubbliche e l’obbligo scolastico, portano milioni di persone a scuola. «Una delle condizioni per lo sviluppo è la fine dell’ignoranza. (...) L’analfabetismo deve essere incluso fra le malattie da eliminare il più presto possibile dalla faccia della Terra». La condizione delle donne Sankara lotta per l'emancipazione della condizione femminile perché «Se la rivoluzione perde la lotta per la liberazione della donna, avrà perso il diritto ad una trasformazione positiva della società». «Il peso delle tradizioni secolari della nostra società ha relegato le donne al rango di bestie da soma. Le donne subiscono due volte le conseguenze nefaste della società neo-coloniale: provano le stesse sofferenze degli uomini e, inoltre, sono sottoposte dagli uomini ad ulteriori sofferenze. La nostra rivoluzione si rivolge a tutti gli oppressi e gli sfruttati e quindi si rivolge anche alle donne». Gli aiuti umanitari e il debito internazionale Sankara è molto attento alle politiche di controllo statale della cooperazione internazionale, crede sia necessario evitare l’assuefazione agli aiuti umanitari spesso «inutili ed imbevuti di colonialismo», e ricerca solo «l’aiuto che aiuta a far velocemente a meno dell’aiuto», non quello che «serve alle imprese del Nord e ad esperti pagati in un mese cifre che basterebbero ognuna a costruire una scuola». «La politica degli aiuti è servita fino ad oggi solo ad asservirci, a distruggere la nostra economia. L’origine di tutti i mali del Paese è politica. E la nostra risposta non può essere che politica». Secondo Sankara è necessario piuttosto avanzare con forza la richiesta della cancellazione del debito estero dei Paesi impoveriti: «Quelli che ci hanno prestato il denaro sono gli stessi che ci hanno colonizzato, sono gli stessi che hanno gestito per tanto tempo i nostri stati e le nostre economie. Loro hanno indebitato l’Africa. Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo pagarlo». «Il debito pubblico nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee. In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo assoluto, di coloro i quali hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso». «Quelli che ci hanno condotti all’indebitamento hanno giocato come al casinò. Finché guadagnavano non c’era nessun dibattito; ora che perdono al gioco esigono il rimborso. E si parla di crisi. No, Signor presidente. Hanno giocato, hanno perduto, è la regola del gioco. E la vita continua. Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito. Non possiamo pagare il debito perché, al contrario, gli altri ci devono ciò che le più grandi ricchezze non potranno mai ripagare: il debito del sangue». Secondo Sankara il mondo vive in un sistema economico cieco e crudele fuori di ogni controllo: «L’imperialismo, attraverso le multinazionali, il grande capitale e la potenza economica è un mostro senza pietà, dotato di artigli, corna e denti velenosi. E’ spietato e senza cuore». «Imperialismo, un sistema di sfruttamento che non si presenta solo nella forma brutale di coloro che con dei cannoni vengono ad occupare un territorio, ma più spesso si manifesta in forme più sottili, un prestito, un aiuto alimentare, un ricatto. Noi stiamo combattendo il sistema che consente ad un pugno di uomini sulla terra di dirigere tutta l’umanità». «Per l'imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità». Si scaglia anche contro gli interventi del Fondo Monetario Internazionale: «Potete citarmi un solo caso in cui il FMI e il suo aiuto non abbiano prodotti effetti negativi?» «Abbiamo detto al FMI: quello che chiedete noi l’abbiamo già fatto. Abbiamo ridotto i salari dei funzionari, risanato l’economia. Non avete niente da insegnarci. Ci è sembrato di capire che quello che il FMI cerca va ben al di là di un controllo sulla gestione: è un controllo politico. Certo che abbiamo bisogno di denaro, di capitali freschi, ma non al prezzo di un’abbondanza artificiale, di un consumo improduttivo a cui si abbandonerebbe sicuramente una classe dirigente prigioniera del suo comfort e di questo stesso FMI. Abbiamo quindi rifiutato i prestiti della Banca Mondiale per alimentare progetti che non abbiamo scelto». «Non parlo solo a nome del mio Burkina Faso, tanto amato, ma anche a nome di tutti coloro che soffrono in ogni angolo del mondo. Parlo in nome dei milioni di esseri umani che vivono nei ghetti perché hanno la pelle nera o perché sono di culture diverse, considerati, da tutti, poco più che animali. Parlo in nome di quanti hanno perso il lavoro in un sistema che è strutturalmente ingiusto e congiunturalmente in crisi, ridotti a percepire della vita solo il riflesso di quella dei più abbienti. Parlo in nome delle donne del mondo intero, che soffrono sotto un sistema maschilista che le sfrutta. Le donne che vogliono cambiare hanno capito e urlano a gran voce che lo schiavo che non organizza la propria ribellione non merita compassione per la sua sorte: questo schiavo è responsabile della sua sfortuna se nutre qualche illusione quando il padrone gli promette libertà. Parlo in nome delle madri che nei nostri Paesi impoveriti vedono i propri figli morire di malaria o di diarrea, senza sapere dei semplici mezzi che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo investire nei laboratori cosmetici o nella chirurgia plastica a beneficio del capriccio di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di assunzione calorica nei loro pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel... » Porre le basi per uno sviluppo che parta, per esempio, dal disarmo: «Abbiamo l’obbligo di considerare la lotta per il disarmo un obiettivo permanente come presupposto essenziale al nostro diritto allo sviluppo» «...ogni volta che un paese africano compra un’arma è contro un africano. Non contro un europeo, non contro un asiatico. E’ contro un africano. Perciò dobbiamo anche, nella scia della risoluzione sul problema del debito, trovare una soluzione al problema delle armi. Sono militare e porto un’arma. Ma Signor presidente, vorrei che ci disarmassimo. Perché io porto l’unica arma che possiedo. Altri hanno nascosto le armi che pure portano. Allora, cari fratelli, col sostegno di tutti, potremo fare la pace a casa nostra. Potremo anche usare le sue immense potenzialità per sviluppare l’Africa perché il nostro suolo e il nostro sottosuolo sono ricchi. Abbiamo abbastanza braccia e un mercato immenso, da Nord a Sud, da Est a Ovest. Abbiamo abbastanza capacità intellettuali per creare, o almeno prendere la tecnologia e la scienza in ogni luogo dove si trovano». «I manganelli e i coltellacci che compriamo sono inutili. Facciamo in modo che il mercato africano sia il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa. Produciamo quello di cui abbiamo bisogno e consumiamo quello che produciamo, invece di importarlo. Il Burkina Faso è venuto ad esporvi qui la cotonnade, prodotta in Burkina Faso, tessuta in Burkina Faso, cucita in Burkina Faso per vestire i burkinabé. La mia delegazione ed io stesso siamo vestiti dai nostri tessitori, dai nostri contadini. Non c’è un solo filo che venga d’Europa o d’America. Non faccio una sfilata di moda ma vorrei semplicemente dire che dobbiamo accettare di vivere africano. E’ il solo modo di vivere liberi e degni». La salvaguardia del territorio Sankara si preoccupa della salvaguardia del territorio e della riforestazione, contro l’avanzare del deserto e a favore di una buona agricoltura di sussistenza. «La distruzione impunita della natura continua. Noi non siamo contro il progresso, semplicemente chiediamo che esso non significhi anarchia e criminale disprezzo per i diritti degli altri Paesi». Thomas Sankara è stato assassinato il 15 ottobre 1987 Pensando alla possibilità di andare incontro ad una fine violenta, dice: «Sarei felice se fossi stato utile, se fossi stato un pioniere: quello che sembra oggi un sacrificio, domani sarà un normale e semplice comportamento». «Per ottenere un cambiamento radicale bisogna avere il coraggio di inventare l’avvenire. Noi dobbiamo osare inventare l’avvenire. Tutto quello che viene dall'immaginazione dell'uomo è per l'uomo realizzabile.». Le idee non si possono