Saggio

Opera storica e familiare sugli italiani ad Asmara, in Eritrea, durante il periodo coloniale scritta dalla giornalista e scrittrice Paola Pastacaldi. Un romanzo che è anche un viaggio nella memoria di un nonno che lascia il Veneto, per lavorare e dare un futuro alla sua famiglia. E’ anche la storia di sua figlia che lo raggiunge ad Asmara e che si innamora di un meticcio, figlio di un diplomatico italiano vissuto a fine Ottocento ad Harar, in Etiopia, e di una donna oromo. Una storia che porta alla scoperta del lavoro degli italiani in colonia e delle relazioni con le indigene, dei figli meticci e delle durissime conseguenze delle leggi razziali di Mussolini. Sino all’arrivo degli inglesi nel 1941. E la fine dei programmi illusori del Duce.


“L’Africa non è nera”. Un titolo inusuale per un romanzo che si stampa oggi.  Perché un titolo così provocatorio?


“E’ il titolo di un articolo scritto da Curzio Malaparte per il Corriere, nel 1939, per raccontare l’Impero di Mussolini. Partito per osannare il fascismo, si innamorò di quella terra e volle raccontarla come sapeva fare egregiamente. In questo articolo descrive le partenze dei coloni per l’ Abissinia. Povera gente, senza lavoro, che non sapevano nemmeno dove fosse questa Eritrea. Ma, in cuor loro, pensavano che fosse una seconda patria e sognavano di coltivare, viti, grano. Così racconto nel mio romanzo la partenza di un veneto, che voleva dare un futuro alla sua famiglia. Nel 1935 nel Veneto si faceva la fame. Certo, l’Africa oggi non è affatto nera”.


Una fetta di storia dimenticata, legata alle miserie del fascismo e ai suoi fallimenti.


“Ormai quasi tutti sanno che gli italiani in colonia, durante la guerra d’Etiopia, hanno usato il gas nervino e ucciso migliaia di indigeni. Rodolfo  Graziani, viceré d’Etiopia, nel 1937 fece uno dei peggiori eccidi della storia coloniale. Fece uccidere, dopo un attentato subito ad Addis Abeba, migliaia di giovani etiopi, la futura classe dirigente del Paese, i monaci di Debra Libanos, indovini e cantastorie. Eredi di una tradizione orale e culturale tra le più nobili dell’Africa”.


Un tema, dunque, delicato da affrontare in un romanzo.


“Ho voluto guardare con la lente di ingrandimento quel periodo. Oltre ai libri degli storici, ho letto molti diari. Nei diari ho trovato le cartoline di Maria Josè che faceva la crocerossina tra i feriti, ma anche quelle delle prostitute nel canale di Suez, che posavano a seno nudo e un anello al naso, cariche di collane e braccialetti; la didascalia diceva – con un certo pudore - ricca donna musulmana, monili in quantità. Mi immagino l’agitazione di un contadino, che poteva andare nei bordelli, dove c’erano le mabrucche egiziane. Nel 1935 ad Asmara in poco tempo arrivarono migliaia di italiani e la città dovette svilupparsi in tutta fretta. Gli architetti costruirono bar, ristoranti, viali, ospedali, teatri, cinema, chiese ortodosse, cattoliche e, persino, la moschea, in molti stili neoclassico, romano, lombardo, liberty, razionalista, decò”.


In sintesi, perché scrivere un romanzo su quel periodo?


“Un italiano su tre ha un ricordo coloniale nascosto in qualche cassetto.  Anche io ho una memoria coloniale. Mio nonno, un veneto, è partito nel 1935 per Asmara dove organizzò la distribuzione dell’acqua con le botti e i cavalli, poi con i camion Fiat 134. In quel periodo la vita dei coloniali era intensa e unica, dovevano creare tutto ciò che serviva per sopravvivere. A canale di Suez chiuso dopo il ‘41 crearono tutto con inventiva, dalla birra, facendo esperimenti nel bagno di casa, ai motori, ai medicinali, al cioccolato con le noci di cocco, al vino con i fichi d’india, alle scarpe”.


Come vivevano gli italiani quel periodo?


“Mia madre, la figlia di quel nonno partito nel 1935, mi raccontava tante storie entusiaste e sorprendenti; a fine Anni Quaranta lo stile di vita era quello inglese, nonostante le difficoltà politiche e gli attacchi dei banditi shifta. Tra il 1941 e il 1943 è stata durissima; ci sono stati migliaia di prigionieri e le navi bianche a salvare chi poteva tornare in patria. Dovevano circumnavigare l’Africa. All’indomani dell’ingresso degli inglesi fecero una grande festa da ballo all’hotel Ciaoo. E chi suonava? Un’orchestra italiana. Ma, si sa, gli italiani sanno adattarsi velocemente”.


E le donne indigene?


“Ci sono gli incontri amorosi, storie di sesso, ma anche sentimentali. Il mito della Venere Ottentotta furoreggiava tra i soldati; poi sono arrivate le leggi razziali, era proibito avere una donna nera, proibito avere figli meticci. Gli italiani spaventati li abbandonarono. Un capitolo terribile, ignorato del nostro colonialismo. Nel romanzo c’è anche la storia di un giovane meticcio benestante educato all’italiana, perché figlio di un italiano, che avrà una storia d’amore con una italiana. Il suo percorso e la sua crescita rappresentano l’Africa coloniale, prima sottomessa e italiana e, infine, capace di rifiutare l’Italia e rivendicare l’indipendenza”.


Lei ha anche un’altra memoria coloniale?


“Giuseppe Pastacaldi è andato ad Harar a fine Ottocento percorrendo la carovaniera degli schiavi, dove è morto e sepolto nel cimitero cattolico, che ho visitato. Le mura erano intatte, ma dentro era stato tutto distrutto. A terra tante ossa. Rabbrividisco ancora al pensiero, quando capii che erano ossa dei morti e le stavo calpestando. Mio nonno ha lavorato per il Governo Italiano, è più volte citato dal ministro Martini nel libro “Nell’Affrica italiana”. Si unì ad una donna musulmana di nome Khadija, poi convertita dal vescovo francese Marie-Elie Jarosseau e le fu fedele tutta la vita. La storia di questo nonno e di questa nonna l’ho raccontata nel mio primo romanzo dedicato all’Etiopia, il cui titolo è Khadija (peQuod, Ancona), premio Vigevano 2005”.


Tornando al suo romanzo, l’Africa, dunque, è tornata nera?


“Decisamente. Diciamo che anche l’Italia forse dovrà convivere con gli africani”



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