Khadija, viaggio nell’erotismo del femminile

 


 Khadija (peQuod edizioni, 2005) è un romanzo ambientato nell’Ottocento, narrato da una voce maschile, mentre la figura femminile, che dà il nome al romanzo, compare solo a metà del libro. Non è una contraddizione né una stranezza, ma caso mai una scelta. E’ nell’esaltazione e nell’opposizione maschile e femminile che crescono le donne di questo romanzo. Khadija è un romanzo femminile con quattro figure femminili che viaggiano a fianco di Giuseppe per raccontare una crescita corale che potrebbe alla fine essere quella di una donna del Novecento, almeno nell’anima.


Giuseppe, il protagonista narrante, un livornese che si torva coinvolto in un duello non voluto, nel corso del quale uccide un compagno di studi, sotto le mura del camposanto di Pisa a due passi dall’affresco del Trionfo della morte, si perderà nel lungo viaggio dentro l’esotismo africano e, infine, scoprirà la femminilità della negritudine.


Ma intorno alla sua figura si muovono ha anche alcune donne bianche. Giuseppe esalta vive con queste donne una dinamica narrativa e sentimentale molto importante, perché offre a queste donne la possibilità di nascere e di vivere, grazie anche al rapporto con un segno opposto e complementare, qual è quello maschile.


Vittoria, Ottavia, Florence e Khadija sono insieme una sorta di percorso dentro quattro modi di essere donna condizionati da fattori storici e ambientali, legati a quello che la società ha permesso alla donna di essere nell’Ottocento e nel Novecento. Insieme, queste quattro donne potrebbero rappresentare il cammino di una donna di oggi entro la libertà, che prima di tutto è libertà e coraggio di sentire se stessa e i propri desideri. Dove libertà non fa rima, per forza, con i diritti e le porte aperte acquisite nel lavoro o nel ruolo sociale nel corso dei secoli, ma caso mai con la possibilità di esprimere una femminilità anche all’interno della famiglia e della società e non ultimo del lavoro.


Non possiamo disquisire su cosa sia la femminilità in una società dove la donna ha acquisito pari diritti con l’uomo. Rimane un tema eccessivamente denso di aree piene di vaghezza. Ma le mie donne sono insieme una ricerca della femminilità dentro la società e le possibilità concesse dalla società stessa. Sono insieme la risultanza ottenuta nel Novecento: liberazione, parità e femminilità, cioè una nuova identità.


In senso narrativo, la prima donna, perché la più “velata” (forse marginale), è Vittoria, la fidanzata ufficiale di Giuseppe, una nobile appena accennata nel suo desiderio non soddisfatto.


Ma la grande e soggiogante femminilità nasce nel romanzo con la sorella di Giuseppe, Ottavia. Ottavia, dal carattere squisitamente femminile, è donna della tradizione borghese, si sposa e parte col marito per Aden. Per lei, sorella maggiore, Giuseppe ha un’adorazione e un amore quasi infantile a tratti incestuoso. Poi Giuseppe si stacca e parte. Sul Mar Rosso, durante le notti stellate e solitarie, condite solo dai rumori delle onde, i marinai del romanzo abbandonati al rullio della vaporiera cantano, secondo un’usanza araba, alzando al cielo i nomi dell’essenza della mascolinità e della femminilità, senza pudore.


Per Giuseppe, in fuga dall’Italia, sarà una iniziazione all’erotismo. Stordito da questa essenzialità, dove purezza e materialità convivono mescolate con l’innocenza, proverà per la prima volta cosa sia il vero desiderio e il sentimento dell’assenza dell’altro, la donna.


Si sa che donne nei lunghi viaggi per mare non ve ne’erano. Ma nella nave di Giuseppe viaggia una donna che rompe gli schemi e si chiama Florence. Figura femminile che riprende i tratti della moglie di un esploratore inglese dell’Ottocento. Florence è donna in tutta la sua solitudine, ma nel coraggio che la caratterizza, sembra capace di smascherare la falsità borghese dell’Ottocento e forse anche la nostra. Florence, caduta nelle mani di schiavisti e liberata dal suo compagno, ritroverà la sua vita grazie all’atto liberatore di un uomo. Florence è carnale come una contadina della campagna toscana del Quattrocento, non è imprigionata dalle regole sociali.


Eccolo il percorso di queste donne, donne squisitamente femminili, ma sempre coraggiose e fiere.


Anche Ottavia, sorella di Giuseppe, nonostante sia sposata, scoprirà che cosa sia la sensualità, il piacere per il suo corpo, proprio ad Aden tra i neri. Il viaggio nell’esotismo di Ottavia è solo di sentimento, ma quanto è forte lo si capisce quando dirà al fratello che la sua sensualità è cosa sua, non solo del marito, né della madre che mai le aveva insegnato nulla del suo corpo.


Nel viaggio di liberazione borghese dell’essere donna vi è spazio per modi diversi e scelte diverse, Florence sfida la società e fa l’esploratrice, Ottavia si sposa e segue il marito, ma lo sfida nella sua indipendenza del sentire, quella della sensualità. Donne libere nonostante i confini scelti socialmente. Giuseppe ne è attratto e affascinato in vario modo. Attraverso le sue emozioni queste due donne brillano nel racconto e diventano icone di un rapporto intimo col mondo, quello della femminilità.


Che accade quando compare, la quarta e ultima donna, protagonista tardiva del romanzo, Khadija? Khadija vive dentro un eccesso di fantasia narrativo pescato dai quadri e dalle sculture del Cinquecento. Khadija vive in contrapposizione alla bellezza bianca che fisicamente si può raccontare con le statue del Bernini che si vedono a Roma. Fisicamente come poteva essere la donna nera Khadija, per essere pari alla bellezza venerea della donna bianca?


La fisicità di Khadija è stata creata con le parole de Le Mille e Una Notte, con gli aggettivi e le metafore che quel meravigliso libro usa per sedurre il lettore. Grande erotismo e grande fascinazione. Per ricreare atmosfere esotiche e sensuali legate al mondo arabo ho letto due saggi a mio avviso straordinari: uno è di Annemarie Schimmel A., La mia anima è una donna Il Femminile nell’Islam (Ecig, Genova, 1995); l’altro è di Heller E. e Mosbahi H., Dietro il velo. Amore e sessualità nella cultura araba (Laterza, Bari, 1996). Questi due libri mi hanno aiutata a creare una sensualità non occidentale.


Khadija sembra quasi un passo indietro nella mancanza di libertà, parla solo oromo, non conosce alcuna lingua per comunicare con Giuseppe. E’ nera e viene “regalata” all’uomo bianco che si chiama Giuseppe. Ha tutto per finire come l’indigena di Tempo di uccidere di Ennio Flaiano. Eppure proprio qui avviene il grande balzo in avanti della femminilità inventata, cercata e vissuta con regalità. Khadija, fisicamente e spiritualmente, a cui manca anche la parola e vive in un mondo poverissimo, si comporta come una regina e insegna a Giuseppe cosa sia la femminilità, come valore e come diversità. Qui il romanzo si conclude. E i due segni, il maschile e il femminile, finalmente si incontrano. L’Africa e la negritudine, la povertà e il potere dimesso del bianco.