Dall'Etiopia a Wall Street, il viaggio del Caffè

di Federico Fubini, Corriere Economia, 28 marzo 2011

Un worka è un albero che somiglia a un baobab, ha una superficie chiara e rugosa e radici che negli anni esplodono fino a diventare una panchina naturale. Ci si sta comodamente seduti in quattro, uno accanto all'altro. Il mercato di Konga Kebele è qua, a due passi dalla cittadina di Yirgacheffe, duemila metri di altitudine negli altipiani dell'Etiopia centrale. Oggi pomeriggio sulle radici del worka si sono accomodati Mude Gobena, 75 anni, e gli altri tre anziani del villaggio avvolti nei loro stracci. IL PRIMATO - Seduti spalla a spalla, riposano da ore: hanno già venduto agli intermediari di città tutto il raccolto di caffè di quest'anno. Secondo gli esperti è fra i migliori al mondo, il Bordeaux del caffè. E in questo momento otto fusi orari più a Ovest, a Washington Dc, in 660 Pennsylvania Avenue vicino a Capitol Hill sta aprendo un posto che parla di loro. Si chiama Peregrine Espresso, ha un menù di bevande take away per lobbisti, politici e manager che ruota intorno a quei quattro vecchi seduti sulle radici di un albero a Konga Kebele. Ci sono per esempio il «worka sundried Yirgacheffe Ethiopia» a 12,55 dollari per confezione da 12 once o lo «Harfusa» (il villaggio qui accanto) a 2,75 dollari per una tazza semplice. Lì affissi sulla Pennsylvania sono i nomi dei luoghi delle vite di Mude Gobena e degli altri tre vecchi: hanno viaggiato dall'altra parte del mondo senza che quei quattro sotto l'albero ne avessero la più pallida idea. IL CAFFÈ PIU' BUONO - Al bar sotto casa beviamo un caffè che viene dalle loro piante senza sospettare che Yirgacheffe esista. In questo siamo più indietro degli americani. Ma lì nella piazza del mercato di Konga Kebele, Mude Gobena e i suoi colleghi fanno i conti e si rallegrano. Negli anni sono sopravvissuti a carestie devastanti, al regime feudale di Heilé Selassié, a quello stalinista di Menghistu. Tutti hanno lasciato traccia: ancora oggi molti a Yirgacheffe sono convinti che sia illegale per un coltivatore di caffè parlare con un Frengi, un «francese» (cioè un bianco), senza permesso scritto e la presenza di un funzionario del governo. Alcuni hanno paura. Ma le ricevute della cooperativa di Konga Kebele parlano chiaro: l'ultimo raccolto si è venduto più caro del 102% rispetto a quello di un anno fa, l'equivalente (adesso) di 3,2 euro per un chilo di caffè. LA BOLLA BENEFICA - È l'esplosione delle materie prime alimentari che sta creando scosse e rivoluzioni in tutto il mondo emergente. «Non sappiamo perché il prezzo sia aumentato tanto - dice Mude, le grosse mani appoggiate a un bastone - ma finché Dio ci manda questi prezzi, ce li godiamo». I prezzi in realtà sono trascinati al rialzo dall'Intercontinental Exchange di New York, la Borsa globale del caffè arabica di cui l'Etiopia è una superpotenza globale. Il cambio climatico in America Latina, la domanda cinese in pieno boom e il frenetico trading elettronico degli hedge fund hanno fatto esplodere i future sull'arabica del 115% nove mesi (prima di ripiegare appena con la guerra in Libia). Il caffè è diventato la risorsa più scambiata dopo il petrolio, con profitti potenzialmente anche più elevati. È così che gli effetti della febbre di Wall Street si irradiano fino a quassù a Konga Kebele, 5 mila famiglie sull'altipiano del Corno d'Africa. I PROFITTI - Non che quei profitti arrivino per intero, anzi. Anche agli attuali prezzi, per ogni tazza di caffè servita al banco, dei 90 centesimi al bar in Italia o dei 2,75 dollari del Peregrine Espresso di Washington, a Mude Gobena e colleghi vanno 4 o 5 centesimi di euro. Per noi il prezzo al consumo non è (quasi) salito malgrado il boom delle quotazioni, perché il margine per le aziende occidentali che rivendono la materia prima è in ogni caso enorme. Vicino alla Banca Mondiale a Washington c'è un «Independent Coffee Shop» molto no-global che offre un chilo di «Yirgacheffe, Ethiopia, Organic» in polvere a un prezzo vicino ai ricavi lordi di un mese di una azienda agricola di Yirgacheffe (il lotto medio qui è mezzo ettaro). Quest'anno il compenso a giornata di un bracciante che raccoglie le ciliegie rosse del caffè è salito da un terzo alla metà del costo di una tazzina al nostro bar sotto casa. E, dopo la svalutazione del Birr etiopico, i coltivatori della migliore arabica al mondo percepiscono poco più di metà dell'aumento delle quotazioni registrato alla Borsa di New York: il resto del beneficio sparisce fra i 6 o 7 intermediari fra loro e i consumatori di New York o Milano. PERIFERIA - Forse è ovvio, perché Konga Kebele è l'estrema periferia del mondo mentre New York è il centro. Ma ti aspetti che i computer azzerino le distanze. Ora nella via principale di Yirgacheffe, fra muli tirati da bambini e donne che trascinano mucchi di sterpi per cucinare, c'è una fascia elettronica come a Times Square. Là sopra scorrono gli ultimi prezzi del caffè a Wall Street. Grazie a quei dati per la prima volta i coltivatori hanno iniziato a rifiutarsi di vendere, quando il prezzo offerto dagli intermediari è troppo basso. È l'idea di Eleni Gebre Mahdin, l'etiopica che a Addis Abeba ha creato un Commodity Exchange, una Borsa delle materie prime, con basi distaccate nei villaggi. A Addis nel pozzetto del trading, vestiti con la giacchetta da broker come a Wall Street, donne velate e signori con lo zuccotto yemenita urlano prezzi, trattano e scambiano per poi vendere alle grandi compagnie globali come Nestlé o Procter & Gamble. «Il caffè è il nostro oro, il nostro petrolio: vogliamo farlo rendere al meglio», dice Emebet Tafesse dell'associazione esportatori. IL VIAGGIO - Basterà? Quella sostanza preziosa viaggia ogni giorno dall'ombra dei worka di Yirgacheffe a Addis Abeba, e da lì fino al porto di Gibuti, lungo le belle strade asfaltate che la comunità internazionale ha generosamente donato all'Etiopia. Quelle strade sono tutto, sull'altipiano. Attraversano villaggi straboccanti di bambini che vendono ananas acerbi o foglie allucinogene chiamate «chat». Bambini ovunque: in Etiopia uno su due ha meno di quattordici anni, le strade sono in mano all'infanzia. Ed è lungo quella strada verso Addis che la trasformazione del caffè si compie: perde il valore della sua origine, finisce venduto all'ingrosso alle compagnie internazionali che faranno la tostatura, incolleranno la loro etichetta, quel nome che poi il consumatore pagherà caro. IL MARCHIO - Il nome del Bordeaux è di chi fa il Bordeaux, il nome di Yirgacheffe è degli intermediari globali. L'Etiopia ha registrato «Yirgacheffe» o altri marchi, ma nessuno al mondo li rispetta perché l'Etiopia non ha i soldi e il know how per lavorare la propria materia prima o etichettarla. E gli aiuti internazionali forniscono sì le strade, ma non gli impianti di tostatura per sottrarre parte del valore aggiunto alle Nestlé o alle Starbucks di questo mondo. Così Mude Gobena siede sotto il suo worka e fa i conti dei suoi guadagni. In questo momento a Washington un lobbista del Congresso sta bevendo un caffè che porta il nome del suo albero. Nessuno dei due sospetta l'esistenza dell'altro. Federico Fubini