Una memoria etiope sul colonialismo italiano

di Livio Vanzetto, febbraio 2018

Quello che vi ho detto fino a questo punto [sul generale Rodolfo Graziani, sul monumento del comune di Affile a lui dedicato e sul docufilm If only I were that warrior] potrebbe essere facilmente rintracciato in qualche libro di storia o anche in Wikipedia.


In effetti, io non ho particolari, specifiche competenze per approfondire le questioni poste dal filmato. Se sono qui, è perchè chi mi ha chiesto di introdurre questa serata sa che conosco l'Etiopia attuale e che posso dare una testimonianza personale, mi auguro originale, su questi temi.


Sono stato in Etiopia per la prima volta nel 2007 e mi sono fermato abbastanza a lungo a Macallè, la capitale del Tigrai, per una ragione molto personale: il matrimonio di mia figlia con un giovane tigrino, suo collaboratore nella ong per la quale lavorava (un matrimonio che non avrebbe potuto esserci in base alle leggi fasciste). Pensate che il rinfresco è stato servito al forte di Macallè – quello difeso nel 1896 dal maggiore Galliano- oggi trasformato in albergo; e forse non tutti sanno che un reduce trevigiano di quella battaglia, una volta ritornato in patria, aprì l'osteria al Makallè al porto di Fiera, ancor oggi esistente; ce l'ha ricordato di recente Francesca Gallo in una delle sue rivisitazioni canore della nostra storia.


I tigrini vivono sia nel nord dell'Etiopia sia nell'attuale Eritrea, per molti decenni colonia italiana: sono stati quindi a contatto con gli italiani molto più a lungo che gli altri popoli dell'Etiopia. E lo si nota. Racconto un aneddoto.


Una volta, sempre in quel 2007, mi capitò di entrare con un amico in una ferramenta di Macallè per comprare alcuni attrezzi. Il titolare parlava solo tigrigno e allora abbiamo preso carta e penna per disegnare quello che volevamo acquistare. Disegniamo un martello e ci porta un martello. Disegniamo una pinza e arriva con una pinza. Ci serviva poi dell'acquaragia. Come si fa a disegnare l'acquaragia?   E lo dico a voce alta. E allora il titolare della ferramenta: 'martello... tigrigno martello; pinza... tigrigno pinza; acquaragia ...tigrigno acquaragia...'


Ma oltre a questi lasciti linguistici, c'è di più, c 'è qualcosa di più profondo.


Nel Tigrai, la netta maggioranza della popolazione è cristiano-copta (il regno di Axum, l'antica Etiopia, fu il primo regno del mondo a convertirsi ufficialmente al cristianesimo, poco dopo il 300 dopo Cristo); ebbene, nel Tigrai cristiano ho provato spesso una sensazione strana: mi sembrava di essere ritornato indietro nel tempo, nel Veneto rurale di 50-100 anni fa. Stessi ritmi di lavoro, stesse feste, stessa convivialità, stesse bevute domenicali, stessi rapporti sociali e familiari.


Stessi nomi, perfino.


Mio genero si chiama Daniel e suo padre Gebre (Gabriele). Daniel e mia figlia hanno avuto tre bambini e i loro nomi sono stati scelti dal padre, come si usa in Etiopia. Si chiamano Angela (nome comune sia in Tigrai sia in Veneto), Josef Giuseppe, come mio padre e, pensate un pò, Tewodros, nome di un Negus famoso ma anche nome del santo protettore di Venezia, San Todaro appunto. Sinceramente, non avrei mai immaginato che avrei avuto un nipotino etiope con un nome goldoniano come Todaro. Si tratta di indizi- e potrei citarne molti altri – che rendono poco credibile l'argomentazione proposta dal fascismo per legittimare l'invasione dell'Etiopia: quella 'missione civilizzatrice' di cui parlava appunto Mussolini per tranquillizzare la coscienza dei benpensanti. Caso mai il problema era la povertà di queste terre.


Durante la mia permanenza in Tigrai sono andato alla ricerca di segni, sia materiali che mentali (memorie quindi), della presenza italiana in quella zona.


Non lontano dal campus universitario di Macallè, vicino all'aeroporto, in mezzo al verde, c'è un piccolo cimitero di guerra italiano, con i resti di qualche centinaio di nostri soldati caduti nella guerra del 1935 -1936 e negli anni successivi fino al 1941.


Ecco alcune immagini (foto cim 1).


E' un cimitero ben conservato e ben tenuto, come si vede; purtroppo il custode (foto cim 2) non parlava nè italiano nè inglese e quindi non ha potuto fornirci alcuna informazione sul cimitero. La struttura richiama un po' quella dell'ossario del Grappa soprattutto per le lapidi con il nome del caduto e la data di morte. Eccone qualcuna: questo è un caduto ignoto (foto 3), questo invece è un civile (foto 4), alcuni dei caduti erano Camicie Nere (foto 5), milizia fascista particolarmente temuta dalla popolazione locale.


Nonostante la durezza della guerra (basti ricordare l'uso dei gas), nonostante la durezza del regime di occupazione italiano, non sembra sia rimasto in Etiopia un ricordo negativo di quegli anni. E per quanto riguarda il presente, l'Italia risulta ben accetta e apprezzata.


Ho chiesto in giro, anche ai parenti di mio genero, quale memoria avessero delle vicende drammatiche della seconda metà degli anni trenta. E la risposta è stata invariabilmente la stessa: 'cose passate, da dimenticare, cose che non interessano più a nessuno; guardiamo al futuro' (parole identiche a quelle che sentirete nel filmato).


Se fate caso, è una risposta analoga a quella che avrebbero potuto dare, almeno fino a qualche anno fa, tanti ex contadini veneti dei paesi rurali a chi avesse chiesto loro di parlare del periodo resistenziale (forse c'è qualcosa in comune in questi meccanismi della memoria popolare veneta e tigrina...).


A prima vista, dunque, in Etiopia sembra non esistere più alcuna memoria dell'occupazione e delle stragi italiane.


Ma poi ho avuto una sorpresa inaspettata.


Sono andato in una zona remota del Gheralta e del Tembien, una catena montuosa a nord dell'altipiano del Tigrai abbondantemente sopra i 3000 metri. C'ero andato per visitare alcune chiese rupestri copte.


In un paesetto di contadini e allevatori tra le montagne ho conosciuto un ragazzino molto intelligente (eccolo nella foto tem 1) che frequentava la classe ottava (più o meno la nostra terza media); era figlio di contadini, poverissimo come potete vedere dall'abbigliamento, ma era determinato a continuare gli studi per diventare insegnante. Parlava bene l'inglese, molto meglio di me.


Mi ha raccontato che, nel suo paese, si erano da poco concluse le celebrazioni per il settantesimo anniversario delle stragi ordinate da Graziani (1937-2007 appunto). Nella sua famiglia se ne ricordavano bene: suo nonno e suo bisnonno erano stati uccisi in quelle circostanze.


E il ragazzo si offrì di accompagnarmi su per la montagna per farmi vedere una specie di monumento in ricordo di quei caduti (questi sono i luoghi che abbiamo attraversato: foto tem 2) su, su fino a una chiesa rupestre (ecco l'entrata: foto tem 3).


Non lontano dalla chiesa, si apriva una caverna nella montagna e, dentro la caverna, nell'oscurità, si intravvedevano decine di teschi e di ossa umane (foto tem. 4 e 5).


Il ragazzo mi spiegò che si trattava dei resti di alcuni suoi compaesani che settanta anni prima erano stati bruciati vivi nella caverna con il lanciafiamme, dai fascisti.


Poi la gente del paese aveva chiuso l'ingresso della caverna con un muretto a secco e aveva lasciato lì quegli scheletri, a futura memoria.


A questo punto gli chiesi se ci fosse odio nella sua famiglia e in paese contro gli italiani.


La risposta è stata sorprendente.


'No, gli italiani non sono odiati, sono odiati i fascisti, gli autori della strage'. 'Anche perchè- ha aggiunto - so che anche voi italiani avete sofferto a causa del fascismo e avete dovuto combattere contro i fascisti: per questo non ci può essere odio verso gli italiani'.


Questo modo di ragionare quel ragazzino – me lo ha detto lui stesso – lo aveva appreso in famiglia e a scuola.


E in effetti alcuni libri di testo scolastici che ho potuto esaminare tendevano a tener distinti gli italiani dai fascisti e tendevano ad attribuire ai fascisti tutta la responsabilità delle atrocità commesse.


Mi auguro che quel ragazzo, oggi giovane uomo, non sappia del monumento a Graziani; me lo auguro perchè altrimenti sarebbe difficile, per lui e per tanti altri ragazzi come lui, continuare a credere, forse un po' ingenuamente, nella diversità tra italiani e fascisti e continuare quindi ad aver fiducia negli italiani.


Mi pare che anche questo sia un buon motivo per pretendere l'abbattimento del monumento a Graziani.


Intanto, qualche mese fa, la magistratura ha condannato in primo grado il sindaco di Affile e due suoi assessori che avevano promosso la costruzione del monumento a 8 e 6 mesi di reclusione, per apologia di fascismo. E già questo è un risultato positivo. Adesso bisogna continuare a premere fino alla cancellazione completa del monumento.


Infine un'ultima osservazione, non so quanto scontata (non ho potuto partecipare agli altri incontri che hanno accompagnato la mostra e forse le cose che sto per dire sono state già dette; ma in ogni caso mi sembrano importanti).


In queste settimane abbiamo celebrato il giorno della memoria della Shoah, ci sarà tra tre gioni il giorno del ricordo delle foibe, si è parlato in questa sede di libri sulle violenze nazifasciste in Slovenia e in generale sulla violenza al confine orientale...


Ebbene, la più recente e aggiornata storiografia internazionale, specialmente quella dei paesi ex coloniali, sottolinea l'esistenza di uno stretto collegamento tra razzismo coloniale e razzismo nazista e fascista, tra le stragi e le deportazioni di massa compiute in Africa e Asia all'inizio del Novecento – mi limito a qualche esempio: l' Inghilterra in Sud Africa, la Germania nelle sue colonie dell'Africa sud occidentale, il Belgio in Congo, gli Stati Uniti nelle Filippine 1898-1902, l'Italia in Libia, una coalizione di paesi coloniali in Cina - e le stragi, le deportazioni di massa, le violenze contro civili inermi della seconda guerra mondiale.


(Cito un po' a memoria un'affermazione che mi pare centrale) 'Le guerre coloniali furono il crogiolo nel quale si forgiarono le premesse delle teorie razziste e del disprezzo della vita umana'; lo ha scritto di recente uno storico indiano, Pankaj Mishra, del quale è appena uscito in Italia, da Mondadori, il libro L'età della rabbia.


Non fu quindi solo la Germania nazista a tradire i valori della civiltà occidentale per imporre al mondo una nuova barbarie; in realtà a questo esito contribuì un po' tutto l'Occidente colonialista, proprio negli anni della tanto celebrata quanto infame età della Belle epoque.    



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