1937-2017. Ascari e Schiavoni. Il razzismo coloniale A Venezia

di Elena Cadamuro, Alessandro Casellato e Marco Donadon

 In occasione del Giorno della Memoria 2017 un gruppo di studenti di Storia e di Antropologia di Ca’ Foscari ha progettato e realizzato una mostra storico-documentaria sul tema del razzismo coloniale[1]. L’iniziativa cadeva nell’ottantesimo anniversario della prima legge italiana di “tutela della razza”, introdotta nel 1937 per impedire relazioni “di indole coniugale” tra uomini italiani e donne africane e prevenire il cosiddetto “meticciato” nelle colonie.


La mostra è stata il frutto di ricerche che si sono svolte, oltre che sulla letteratura esistente, in archivi e biblioteche veneziani, in primis quelli della stessa Ca’ Foscari[2]. Essa si è sviluppata lungo due assi tematici: da una parte indagando le tappe principali del colonialismo italiano in Africa e nel Mediterraneo orientale e lo sviluppo di ideologie e pratiche razziste, dall’altra documentando il ruolo che Venezia ebbe in questi processi come luogo di elaborazione culturale e di direzione politica di un vero e proprio progetto neo-imperiale, nato all’inizio del Novecento, cresciuto negli anni a cavallo della Prima guerra mondiale, diventato egemone durante il fascismo e naufragato nella Seconda guerra mondiale.


Uno degli elementi di originalità della mostra era dunque quello di includere nella rappresentazione del colonialismo e del razzismo italiani il rapporto che il fascismo ebbe con le popolazioni dei Balcani e dell’Adriatico. Questo disegno imperialista si alimentava del recupero e della riattivazione del passato della Repubblica di Venezia, da cui il nazionalismo fascista trasse simboli, linguaggi e pretese di legittimazione. La mostra ha finito quindi per interagire con l’identità storica di Venezia e con la memoria che la città porta del proprio passato recente e remoto.


Il percorso si apriva con un video-saggio proiettato a ciclo continuo, frutto di una inchiesta etnolinguistica svolta sul campo dagli studenti e dedicato ai due termini che davano il titolo alla mostra – Ascari e Schiavoni – che permangono nell’uso del parlato locale o nella toponomastica urbana veneziana, come un’eco dell’espansione coloniale passata. Il percorso espositivo si concludeva con una grande carta murale di Venezia contenente le tracce (e le rimozioni) del passato coloniale nel tessuto urbano, di cui spesso i cittadini contemporanei sono poco consapevoli[3].


L’accostamento sin dal titolo tra Africa e Balcani, tra Ascari e Schiavoni, e quindi tra la storia del fascismo e quella della Serenissima, nel quadro di una iniziativa per il Giorno della Memoria, è stata la scelta che ha suscitato maggiore curiosità ma anche diverse reazioni, sui cui torneremo.


 



  1. La Mostra


Dopo una breve introduzione volta a spiegare il tema e il titolo del progetto, l’esposizione ospitava una sezione utile a fornire le prime nozioni riguardo i due temi cardine della mostra: la storia del colonialismo italiano e la genesi del pensiero razzista. Lungo i primi quattro pannelli correva anche una linea del tempo, così che il visitatore potesse cogliere con uno sguardo d’insieme la costruzione dell’impero, dagli esordi dell’avventura coloniale italiana fino alla perdita pressoché totale delle colonie nel 1943[4].


Seguiva una sezione tematica. Partendo dall’analisi di fotografie provenienti da archivi e collezioni private locali, sono stati affrontati il tema della “tutela della razza”, dando rilievo all’introduzione della prima legge razziale del 1937, e quello della dicotomia tra “civilizzazione” e “barbarie”, il binomio sul quale si impostò la retorica coloniale italiana per giustificare il dominio d’oltremare.


In ordine cronologico, invece, sono stati poi disposti i pannelli dedicati alle principali aree che furono oggetto di dominazione durante il fascismo (Adriatico orientale, Libia, Etiopia, Albania, Slovenia e Dalmazia), dove i testi erano supportati con alcune fotografie reperite in archivi locali.


Durante la Seconda guerra mondiale, soprattutto negli anni della Repubblica sociale italiana, alcuni degli stereotipi razzisti nati in contesto coloniale furono utilizzati per denigrare gli eserciti nemici, alimentando una propaganda di guerra – prima antibritannica, poi antisovietica e antiamericana – che si è scelto di trattare in uno degli ultimi pannelli del percorso.


Uno spazio, infine, è stato dedicato al periodo postcoloniale ponendo in luce i rapporti che ancora legano l’Italia alle sue vecchie colonie; queste relazioni comprendono anche le missioni militari attualmente in corso in cui l’Italia è coinvolta, come si è voluto mostrare attraverso l’elaborazione grafica di una carta geopolitica globale costruita sulla base delle informazioni fornite dal sito internet Ministero della Difesa[5].


Oltre ai pannelli realizzati ad hoc, sono stati esposti in due teche alcuni documenti originali d’epoca coloniale, oggetti comuni di vita quotidiana, quasi a dare l’idea che quel periodo storico si potesse ancora “toccare con mano”[6]. Il retaggio coloniale, rimosso dal discorso pubblico, permane tuttora in altri contesti: negli spazi urbani, nel linguaggio popolare, nei ricordi di famiglia. A questi tre ambiti sono state dedicate altrettante installazioni: oltre alla carta murale della Venezia imperiale e al video-saggio sull’uso delle parole “ascaro” e “schiavone” (o “s-ciavón”) nel parlato veneziano, di cui si è detto, è stato realizzato un album con una raccolta di foto di famiglia di argomento coloniale, aperto al contributo dei visitatori che avevano così l’occasione per riesumare vecchi ricordi e trovare uno spazio che li valorizzasse. La creazione di queste tre proposte espositive è stata il frutto di una condivisione di saperi e materiali fra gli organizzatori e il pubblico interessato[7].


 



  1. Conricerca e shared authority


Quando la mostra è nata, era opinione condivisa tra i promotori che fosse necessario aprire uno spazio di riflessione attorno alle tematiche del razzismo coloniale. Si riscontrava infatti – e si riscontra ancora oggi – come questa pagina della storia nazionale fosse spesso dimenticata e come il discorso pubblico promuovesse invece una retorica volta alla generale autoassoluzione morale, civile e politica, sintetizzabile nel mito del “bravo italiano”. Sebbene da alcuni decenni in ambito accademico siano state intraprese diverse ricerche che mirano a riportare alla luce i comportamenti e i crimini italiani “d’oltremare” e a fare chiarezza sul passato coloniale, le iniziative sono sempre rimaste sporadiche, isolate e raramente sono riuscite a raggiungere un pubblico più ampio di quello specialistico.


Inoltre, era obiettivo del gruppo di lavoro cercare un dialogo tra ambiente accademico e città. Si voleva creare uno spazio che fosse una sintesi tra le più recenti ricerche storiografiche attorno alle tematiche del colonialismo e una narrazione co-costruita con la comunità di riferimento, che per noi era il potenziale pubblico veneziano. I punti di vista dei cittadini dovevano essere inseriti e integrati all’interno del percorso espositivo, contribuendo così a fare uscire – non solo metaforicamente – dal fondo dei bauli le molte memorie private, informali o familiari che si sono depositate a partire dalle passate vicende coloniali[8].


L’obiettivo era quello di costruire una narrazione che non considerasse i visitatori solo degli spettatori a cui fornire contenuti stabili, “affermativi”, prodotti da un gruppo sociale omogeneo di specialisti secondo un processo top-down, quanto piuttosto creare un’esposizione che almeno in parte tenesse conto dell’eterogeneità dei pubblici e che riuscisse a coinvolgerli attivamente stimolando una rivisitazione della memoria coloniale[9].


Questa impostazione era funzionale anche alla ricerca vera e propria, ovvero a reperire documenti, oggetti e fotografie che sapevamo essere presenti tanto negli archivi istituzionali quanto in quelli familiari, e a comprendere quale fosse, nella realtà contemporanea, il rapporto che i cittadini veneziani intrattengono con il passato e con l’immaginario coloniale.


Un buon esempio di questo approccio è stata la ricerca sul campo sull’uso attuale dei termini “ascaro” e “schiavone” (e ai dialettali “s-ciavón” e “s-ciavo”) nel parlato e nella toponomastica veneziani[10]. Nelle settimane precedenti l’apertura dell’esposizione sono state condotte delle video-interviste a Venezia e Mestre per capire quale fosse il significato attribuito oggi alle due parole che danno il titolo alla mostra. L’obiettivo era infatti quello di creare un video che introducesse il visitatore al percorso espositivo, mettendolo a proprio agio grazie al tono informale dell’intervista “di strada” e facendo sì che il suo interesse per il tema potesse crescere percependo la prossimità con le questioni affrontate. Lo spettro di risposte ricevute è stato molto ampio e ha mostrato come i due termini siano ancora diffusi nel contesto sociale – come eco spesso inconsapevole del passato coloniale veneziano e italiano – per quanto mutati di significato[11]. Nel video-saggio le brevi interviste sono state accostate a una conversazione con uno storico della lingua e ai risultati di una ricerca su dizionari antichi che spiegavano l’evoluzione del significato attribuito ai due termini[12].


Un altro ambito in cui si è sviluppata una sorta di “conricerca” è stato lo spazio urbano, inteso come documento e come teatro in cui una città rappresenta se stessa e il proprio passato[13]. In preparazione della mostra è stata condotta una ricerca – sul campo e nei libri – volta a individuare le numerose tracce di origine coloniale disseminate a Venezia – dal Lido al centro storico, fino alla terraferma – nel corso dei decenni che vanno dalla fine dell’Ottocento alla conclusione della Seconda guerra mondiale. I risultati sono stati trasposti in una grande carta murale dal titolo Venezia imperiale. Segni, eventi, rimozioni[14]. I punti evidenziati sulla mappa – monumenti, toponimi, edifici e sedi di eventi – mostravano sia le permanenze del progetto espansionistico ancora visibili nel tessuto cittadino, sia le rimozioni avvenute negli anni del secondo dopoguerra di una memoria storica divenuta scomoda. Quello della mappa murale è stato un progetto che si voleva rimanesse aperto; per questo motivo nel percorso espositivo ad essa era stata affiancata una postazione computer con una versione interattiva ed espandibile della medesima mappa: era importante che il visitatore riuscisse a vedere la propria città con uno sguardo nuovo, più consapevole, così da poter dare il proprio apporto suggerendo tracce nuove non ancora registrate. Questo progetto, inoltre, è stato arricchito da un ulteriore contributo in fase di elaborazione: quello degli studenti delle scuole superiori coinvolti all’interno del programma di Alternanza Scuola-Lavoro[15]. Nello specifico, i ragazzi hanno partecipato attivamente alla costruzione della mappa murale e digitale contribuendo a scattare le fotografie delle tracce ancora visibili nel contesto urbano, che sono andate ad arricchire le descrizioni inserite nella versione web della Venezia imperiale[16].


Nonostante la molteplicità di soluzioni che si possono adottare, la mostra, così come il museo, rimane per lo storico un mezzo strutturalmente più povero del libro: attraverso un’esposizione, infatti, è complesso riuscire a comunicare la dimensione immateriale degli oggetti e delle immagini, esprimere efficacemente i significati di cui essi sono portatori, espressione e prodotto: “il linguaggio delle cose è privo delle qualità proprie della parola, le sfumature, le distinzioni, le contraddizioni, le ambivalenze che appartengono alla realtà e che la storiografia ambisce a ricostruire e restituire”[17]. È pur vero, però, che è compito di chi prova ad occuparsi di mostre a tema storico cercare di colmare questa lacuna. Per fare questo, all’interno del progetto Ascari e Schiavoni. Il razzismo coloniale e Venezia è stato fatto un altro tentativo che contribuisse a mantenere una visione pluriprospettica degli eventi raccontati, che arricchisse la mostra di nuovi significati e che, ancora una volta, costituisse una porta aperta per i contributi del pubblico. A qualche settimana dall’inaugurazione è stata avviata una Call for Photos di soggetto coloniale che invitava chiunque fosse interessato a dare il proprio apporto a una raccolta di fotografie provenienti dai propri archivi privati e familiari. Con questo progetto – che ha dato origine all’“album di famiglia” che è rimasto esposto nella sede della mostra per tutta la sua durata – si voleva trovare un’ulteriore occasione per parlare di realtà taciute anche all’interno delle stesse famiglie, così da favorire il dialogo tra generazioni differenti e da contribuire ad una riflessione più ampia sul tema della memoria, che partisse dalla genesi del colonialismo italiano e che valutasse le ricadute che, con forme e modalità diverse, permangono fino ai giorni nostri. La Call ha dato esiti insperati, rivelando l’enorme giacimento pressoché inesplorato di archivi di persona e familiari di soggetto coloniale e suggerendo ad alcuni specialisti l’opportunità di avviare anche in Veneto un progetto sistematico di raccolta e valorizzazione di queste fonti.


 



  1. La ricezione e il dibattito on line


Tra gli obiettivi primari del progetto espositivo vi era quello di creare un ponte, un collegamento, tra mondo accademico e cittadinanza, che permettesse di tornare a parlare dei temi del colonialismo in un contesto pubblico. Per questo motivo, un aspetto dal quale non si può prescindere è l’analisi dei feedback provenienti da coloro che hanno visitato la mostra o che, almeno, ne hanno sentito parlare. Il progetto, infatti, era presente anche sul web con un blog e una pagina facebook, strumenti indispensabili per raggiungere un pubblico più ampio e differenziato[18]. I visitatori, infatti, non sono solo destinatari, ma anche interpreti dell’esperienza espositiva:


Il museo è (anche) il suo pubblico, esiste nella relazione che si stabilisce, […] considerando che l’intelligibilità dei significati e dei valori […] è sempre e in ultima istanza affidata ai visitatori, destinatari della comunicazione del museo, ma anche protagonisti di un’esperienza fatta in prima persona[19].


Il titolo è stato la chiave che ha maggiormente orientato la ricezione della mostra da parte del pubblico. I due termini ascari e schiavoni, come si è detto, sono rimasti “vivi” nel contesto sociale veneziano, e per questo il loro accostamento ha suscitato curiosità, richiamato un gran numero di visitatori anche solo on line e prodotto anche alcune critiche, pervenute principalmente nello spazio virtuale dei social network. Queste critiche sono state espresse in particolare da persone che si presentavano come esponenti delle comunità degli esuli istriano-dalmati, e da un insegnante di Mestre specialista di storia veneziana e veneta.


All’apertura della pagina facebook – avvenuta due settimane prima dell’inaugurazione della mostra, in modo da poter pubblicizzare l’evento con anticipo – è stato postato questo commento, esemplificativo delle critiche mosse sul tema degli Schiavoni:


 


Relativamente l'inclusione nel progetto della categoria 'Schiavoni', c'è (ancora una volta) forte l'impressione di una fondamentale inadeguatezza concettuale. Vale a dire che durante tutta la Repubblica Serenissima gli S'ciavi che avevano guidato fedeltà a Venezia, mai da essa si sentirono discriminati, anzi. Anche i sassi sanno che nel 1797 furono gli ultimi ad ammainare la bandiera. E' questo il comportamento di un discriminato??? Una sorta di sindrome di Stoccolma???? La discriminazione venne molto dopo dal 1947 in poi:quando cioè firmato il Trattato di pace di Parigi, gli Italiani dell'Adriatico orientale videro nell'Italia e in Venezia in particolare, il primo riferimento culturale storico e anche sociale,della loro specifica italianità. Poi si sa,quando i Giuliani sbarcavano in Riva Schiavoni dal Toscana,venivano denigrati dai locali 'attivisti politici'. Quindi se razzismo coloniale c'è stato, è venuto ben dopo il limite cronologico scelto dal Vostro progetto. E sono quelle questioni che non servirebbe riportare alla memoria il prossimo 27 gennaio forse perché l'occasione di ricordare quelle c'è già. Dispiace solo che agli studenti di Ca' Foscari venga offerta una prospettiva storica di base così approssimativa e al solito, falsata chissà per quali ragioni[20].


 


Il commento saltava dal 1797 al 1947, eludendo proprio il periodo storico che era oggetto della mostra, e che coincide con lo slittamento semantico dell’etnonimo “schiavoni” (e “s-ciavoni”) dal significato puramente referenziale (truppe slave o albanesi al servizio della Repubblica di Venezia) a quello razzista e ingiurioso nei riguardi delle popolazioni slave che si affermò tra Otto e Novecento. Oltre a toccare il tema oggi molto sentito delle identità “di confine” in ambito adriatico, parlare di “schiavoni” nel quadro di una mostra sull’imperialismo e il razzismo novecenteschi interferiva anche con l’autorappresentazione egemone nella storiografia veneziana e nel senso comune dei veneziani, entrambi propensi a dare un’immagine benevola e paternalistica del rapporto che la Dominante aveva storicamente instaurato con i propri sudditi d’oltremare: un punto sul quale è aperto un dibattito sia storiografico che di “uso pubblico della storia” assai vivace, che si inserisce nell’ambito degli studi postcoloniali e delle “politiche della memoria”[21].


È interessante osservare che anche per il termine “ascaro” la ricezione non è stata pacifica e univoca. Nel corso di una tavola rotonda dedicata al rapporto fra geografia e imperialismo[22], la giornalista Paola Pastacaldi, scrittrice di temi coloniali oltre che afrodiscendente, durante il dibattito ha espresso le proprie perplessità riguardo l’accostamento nel testo del termine “mercenario” alla figura del soldato ascaro presente nel pannello introduttivo, ritenendolo offensivo e inadeguato a descrivere la soggettività di coloro che – etnicamente africani – avevano scelto di riconoscersi nel progetto nazionale italiano e di combattere lealmente a favore dell’Italia[23].


In un caso e nell’altro, la ricezione e le reazioni del pubblico si sono rivelate uno strumento prezioso per riconoscere e fare emergere in corso d’opera soggettività e sensibilità storiografiche diverse da quelle dei curatori, e per rendere quindi la mostra non un punto di arrivo, ma potenzialmente una tappa intermedia di una ricerca storica e di un lavoro di Public History che ci auguriamo possano proseguire.


 


 



  1. Appendice


Fig. 1: Sezione introduttiva e linea del tempo


Fig. 2: Visione d’insieme e teche.


Fig. 3: Visione d’insieme e mappa murale Venezia imperiale.


Fig. 4: Mappa murale Venezia imperiale.


 


[1] Il progetto è stato coordinato dal Prof. Alessandro Casellato, in qualità di Delegato di Ca’ Foscari per il Giorno della Memoria, ed è stato realizzato da Silvia Bettanin, Elena Cadamuro, Marco Donadon, Davide Falcon, Fabian Fistill, Paolo Riccardo Oliva, Chiara Paris e Andrea Rizzi; con il contributo di Lorenzo Belmonte, Ilaria Bernardi, Deborah Marcon, Alberto Scaggiante e Giulia Stevanin. Il progetto grafico è stato curato da Lucia Tamaro. Il video-saggio è stato realizzato da Dariush Aazam, Emanuele Caruso, Hilde Merini e Caterina Zanatta Pivato. Del web design e della gestione dei social media si sono occupati Alessio Conte e Francesco Marcomini.


[2] La ricerca è stata condotta nell’Archivio Storico Comunale di Venezia, nell’Archivio Storico dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e negli archivi dei seguenti istituti: ex-Istituto Studi Adriatici (ISMAR CNR Venezia), Iveser, Fondazione Benetton Studi e Ricerche. La ricerca delle fonti a stampa ha coinvolto la Biblioteca Nazionale Marciana e la Biblioteca della Fondazione Querini Stampalia. Un apporto fondamentale è stato dato dagli archivi privati di Marco Borghi, Marco Fincardi e Luigi Manzon.


[3] Qualche esempio c'è anche a Ca’ Foscari, dove l’affresco di Mario Sironi Venezia, l'Italia e gli studi (1935-36) è tuttora visibile in Aula Baratto, mentre è stata rimossa una stele posizionata nel cortile principale che riportava citazioni di Mussolini.


[4] Vedi fig. 1, infra p. 10.


[5] https://www.difesa.it/OperazioniMilitari/. Inoltre, per completezza ci si è basati anche sulle informazioni presenti ai link: https://www.eunavfor.eu/mission/, https://www.eucap-nestor.eu, https://www.mc.nato.int/missions/operationocean-shield.aspx [ultima consultazione 3/01/2017].


[6] Il materiale esposto comprendeva: la Guida dell’Africa Orientale Italiana, edita da Touring Club Italiano nel 1938; una pagella scolastica del 1939 la cui grafica mostrava l’espansione territoriale dell’Italia sotto il fascismo; una tesi universitaria cafoscarina del 1935 che affermava la necessità di una «bonifica umana» per aumentare la redditività agricola della Somalia; infine, il Bollettino dell’Associazione degli antichi studenti della R. Scuola superiore di commercio di Venezia datato 1937 fra le cui pagine si poteva osservare la foto della lapide dedicata dalla Scuola ai suoi tre studenti morti durante la campagna d’Etiopia.


[7] Durante il periodo di apertura della mostra, si sono susseguiti anche alcuni incontri collaterali: lunedì 23 gennaio, presso l’Istituto militare navale Francesco Morosini di Venezia, ha avuto luogo la conferenza di Giovanni Dore Colonialismo e razzismo. Giovedì 26 gennaio, presso la Tesa 1 a Ca’ Foscari Zattere, è stato proiettato il film If only I were that warrior, di Valerio Ciriaci. Venerdì 27 gennaio, presso il Liceo Benedetti-Tommaseo di Venezia, si è tenuta la conferenza di Pietro Basso Nazionalismo e razzismo nel’900: il caso di Julius Evola. Martedì 7 febbraio ha avuto luogo la tavola rotonda Geografia e imperialismo, con Alessandro Ceregato, Giovanni Dore, Massimo Rossi, Francesco Vallerani; un geografo culturale (Francesco Vallerani), un antropologo e storico africanista (Giovanni Dore), un ricercatore del CNR che si occupa dell’archivio e della collezione di carte storiche dell’ex Istituto di Studi Adriatici di Venezia (Alessandro Ceregato) e un geografo storico della Fondazione Benetton di Treviso che ha curato la mostra La geografia serve a fare la guerra? (Massimo Rossi) si sono confrontati in una tavola rotonda sui rapporti tra geografia e imperialismo. Giovedì 9 febbraio si è tenuta la tavola rotonda Colonialismo e razzismo italiani con Francesco Cassata, Simon Levis Sullam, Sabrina Marchetti, Igiaba Scego; uno storico della scienza e del razzismo in Italia (Francesco Cassata), una sociologa del lavoro femminile e delle migrazioni postcoloniali (Sabrina Marchetti), uno storico dell’antisemitismo e del nazionalismo (Simon Levis Sullam) e una delle maggiori interpreti della letteratura italiana postcoloniale (Igiaba Scego) si sono confrontati sui rapporti tra colonialismo e razzismo in Italia. Sabato 11 febbraio ha avuto luogo la tavola rotonda di chiusura della mostra: Venezia postcoloniale: storie del tempo presente con Fiammetta Baldi, Alessandro Casellato, Antea Marchesan, Gholam Najafi, Giulia Stevanin; con una installazione a cura di Emanuele Caruso e Giulia Stevanin. Alcuni studenti cafoscarini – assieme al Prof. Alessandro Casellato – hanno raccontato esperienze di migrazione e inserimento a Venezia, mentre l’installazione andava ad evidenziare i simboli del passato coloniale presenti nell’ex Aula magna di Ca’ Foscari, per farli riconoscere e infine depotenziarli.


[8] Sebbene in alcuni casi si senta parlare di impoverimento della memoria pubblica, infatti, il discorso pubblico – forse mai più di ora – è ricco di storia o, meglio, di storie, segno di una necessità che non sempre il mondo accademico pare essere in grado di intercettare. Per far fronte a questo nuovo ordine di problemi, recentemente, con la nascita e lo svilupparsi della Public History, è stata avviata una riflessione attorno alle modalità del “fare storia” e della sua ricezione da parte del pubblico, che diviene dunque fruitore attivo. In fase di elaborazione del progetto espositivo, il gruppo di lavoro ha voluto tenere conto anche di questo, cercando di “mettere in mostra” interpretazioni partecipate e inclusive attraverso diverse forme di coinvolgimento. Per questi temi vedere: Maurizio Ridolfi, Verso la Public History. Fare e raccontare storia nel tempo presente, Pacini Editore, Ospedaletto (Pisa) 2017.


[9] In ambito museale il visitatore è considerato un soggetto attivo, portatore di valori e competenze, conoscenze e culture: è necessario tenerne conto al fine di creare un ponte fra i bisogni di chi visita l’esposizione e i contenuti prodotti da chi immagina e realizza il percorso. Lo spazio espositivo deve essere uno spazio aperto e comunicativo, un medium che permetta di creare un legame con la comunità circostante; per fare questo è necessario coinvolgere l’orizzonte di domande del pubblico, non subissarlo di informazioni e, piuttosto, spingerlo ad un’appropriazione critica della storia. Per questi temi vedere: Simona Troilo (a cura di), Il presente dei musei, il futuro della storia in “Contemporanea”, a. X, n. 3, luglio 2007, pp. 455-509.


[10] Video disponibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=0BW-8S0D8OU.


[11] Per quanto riguarda il termine “ascaro”, le risposte raccolte registravano l’utilizzo del termine nelle accezioni di: maleducato, uno che ha brutte maniere e che si comporta male, selvaggio, straniero, burbero, maleducato e grezzo. Alcune persone pensavano che gli ascari fossero i barbari, altri che fossero individui che provenivano dalla steppa, dalla Russia, e altri ancora che fossero accomunabili ai Visigoti, agli Ostrogoti, scesi per invadere Venezia; c’era chi, inoltre, supponeva che il nome derivasse da un “insetto”, un acaro. Una molteplicità di significati distanti dal significato originario del termine. “Ascaro” è infatti una parola di origine araba, “askar”, che significa “soldato” e veniva usata inizialmente in contesto coloniale, specialmente in Eritrea e Somalia, per indicare le truppe indigene a servizio della potenza dominante; tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, la parola si è diffusa dall’ambito coloniale alla lingua nazionale, assumendo presto dei significati traslati. Nella lingua colloquiale, specialmente nei dialetti veneti, la parola è presente nell’accezione di “rozzo, incivile, maleducato, selvaggio”. Si tratta di un significato che si spiega bene se si guarda alla definizione stereotipata, razzista, del soldato africano: un soldato di un’altra cultura, meno civilizzata e dunque rozzo e selvaggio. Per quanto riguarda il termine “schiavone, invece, le interviste hanno rivelato come alcune persone utilizzassero la declinazione dialettale “s-ciavi” per indicare gli scarafaggi, altri invece identificavano immediatamente il termine con gli individui che arrivavano dall’Istria e dalla Dalmazia, ricordando, inoltre, la riva affacciata al Bacino di San Marco a loro dedicata. In alcuni casi si segnalava come il termine “s-ciavón” servisse ad indicare gli slavi, quelli che venivano dall’Istria, che, poiché “meno urbanizzati”, erano anche “selvatici”. Schiavone e schiavo, così come slavo, hanno la stessa etimologia: sono in origine degli etnonimi, dei nomi di popolo, che indicavano gli slavi e, in particolare, gli abitanti dell’Adriatico orientale; con questo significato la parola si trova in tutta la lingua italiana già a partire dal Trecento. A Venezia i termini “s-ciavón” e “s-ciavo” si trovano molto frequentemente, ma per lungo tempo senza alcuna accezione negativa. L’acquisizione della sfumatura negativa e razzista è un fenomeno relativamente recente e caratteristico, specialmente, delle zone dove venetofoni e slavofoni sono in contatto quotidianamente (in Venezia-Giulia, Istria e Dalmazia) e si deve alla politica di forte contrasto alla cultura slava e alla lingua slovena e croata operata dal fascismo e, successivamente, all’acuirsi del conflitto fra italofoni e slavofoni in seguito al secondo conflitto mondiale.


[12] In seguito alle video-interviste dei passanti, è stato inserito il contributo scientifico del Prof. Daniele Baglioni, docente di Storia della Lingua italiana presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, così come alcune voci di diversi dizionari del dialetto locale.


[13] Su questo tema si veda anche: Rino Bianchi e Igiaba Scego, Roma negata. Percorsi postcoloniali nella città, Ediesse, Roma 2014. “Conricerca” è un termine nato in Italia negli anni sessanta nell’ambito dell’operaismo marxista e successivamente mutuato dalla sociologia militante e dalla storia orale, per indicare l’attività di scienziati sociali e storici che si mettono a fare la ricerca alla pari con coloro che prima erano solo oggetto d’intervista e d’inchiesta. Lo utilizziamo qui in analogia e complementarietà al lemma “shared authority”, oggi invalso nell’ambito della Public History: Michael Frisch, A shared authority. Essays on the craft and meaning of oral and public history, Albany, State University of New York Press, 1990; Bill Adair, Benjamin Filene, Laura Koloski (eds.), Letting Go? Sharing Historical Authority in a User-Generated World, Philadelphia, The Pew Center for Arts and Heritage, 2011.


[14] Vedi fig. 3 e 4, infra p. 11.


[15] Gli studenti provenivano dal Liceo Classico Marco Foscarini e dal Liceo Scientifico Benedetti Tommaseo.


[16] Mappa disponibile al link: https://razzismocolonialevenezia.wordpress.com/mappa-interattiva/.


[17] Daniele Jalla, Per una storia dei musei di storia in Simona Troilo (a cura di), Il presente dei musei, il futuro della storia in “Contemporanea”, a. X, n. 3, luglio 2007, p. 460.


[18] Oltre a presentare l’esposizione, il blog Ascari e Schiavoni, il razzismo coloniale e Venezia aveva il compito di introdurre il visitatore a uno spettro più ampio di tematiche legate al colonialismo attraverso la pubblicazione di articoli redatti per la maggior parte da alcuni studenti del gruppo di lavoro. Per maggiori informazioni si veda https://razzismocolonialevenezia.wordpress.com/ e https://www.facebook.com/AscariSchiavoniVenezia/.


[19] D. Jalla, Per una storia dei musei di storia, op. cit., p. 470.


[20] Commento di Silvia Zanlorenzi del 27/12/2016, al post di presentazione della mostra pubblicato il 12/12/2016, disponibile al link: https://www.facebook.com/AscariSchiavoniVenezia/posts/332092927162292?comment_id=338762826495302&comment_tracking=%7B%22tn%22%3A%22R9%22%7D [ultima consultazione 10/08/2017].


[21] Si veda Pacifico Valussi, a cura di Piero Brunello, Da “Riva degli Schiavoni” a “Riva degli Slavi”. Venezia, marzo 1849, http://storiamestre.it/2017/01/riva-degli-schiavoni-marzo-1849/ ; Alessandro Casellato, “Perché Valussi mi sembra illuminante”. Una lettera a storiAmestre, http://storiamestre.it/2017/01/perche-valussi-mi-sembra-illuminante-una-lettera-a-storiamestre/. [Entrambi consultati il 28/07/2017]; Benjamin Arbel, Una chiave di lettura dello Stato da Mar veneziano nell’età moderna: la situazione coloniale, in Gherardo Ortalli ,Oliver Jens Schmitt, Ermanno Orlando (a cura di), Il commonwealth veneziano tra il 1204 e la fine della repubblica. Identità e peculiarietà, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Venezia 2015, pp. 155-79.


[22] Vedi nota n. 7, infra p. 3.


[23] Il passo del testo criticato: “Ascari e Schiavoni, anche se appartenenti a momenti storici diversi, condividono un’identità di ruolo: entrambi facevano parte di truppe straniere poste al servizio dell’esercito della potenza dominante. Gli ascari erano soldati africani mercenari, inquadrati nelle truppe coloniali italiane; gli s-ciavoni erano un gruppo di soldati slavi appartenenti a un reparto speciale della Repubblica di Venezia”.