La Ribellione degli Animali Una storia che i bambini possono raccontare agli adulti di Franco Tagliente

di Paola Pastacaldi

 


La Ribellione degli Animali (Trevisostampa, 2017) di Franco Tagliente è “una storia che i bambini possono raccontare agli adulti”, scrive l’autore nel risvolto di copertina. Sperando rinsaviscano, aggiungiamo noi. Viene subito in mente la Fattoria degli Animali di George Orwell, ma per chi non l’ha letto diciamo che è altra storia. Lì alla fine anche gli animali si corromperanno. Qui no.


Sempre di animali si parla, siamo nel 2127 e la pianura al posto di alberi e prati ci sono capannoni e fabbriche Franco Tagliente ha una visione in cui gli animali sfruttati e prigionieri dell’uomo diventano motori di una rivolta spirituale e materiale della società in cui vivono, gli artefici di un nuovo mondo più giusto nella produzione e liberato dallo sfruttamento e dalla crudeltà di cui sono capaci solo gli esseri umani. Che naturalmente vengono puniti, ma senza acredine. Nel video che è stato realizzato per la promozione del libro con i bei disegni intensi e drammatici di Chiara Toncin la violenza che  l’uomo esercita su tutte le creature è vista nuda e cruda e fa molto male. Anche se ha i tratti solo della grafica. Se vedessimo nella realtà ciò che ci viene raccontato col disegno, forse non mangeremmo più carne per molto tempo.


Mucche da latte quasi seviziate, galline prigioniere quasi schiave, maiali in gabbia ormai depressi.


Conigli schiacciati uno sull’altro come non fossero vivi. Ma chi l’ha detto che non soffrono?


La storia di ciò che mangiamo la conosciamo tutti, ogni tanto ne parliamo, ci lamentiamo un poco, ma alla fine facciamo come se niente fosse  e mangiamo  pezzi di animali che sono vissuti a dir poco nella totale sofferenza, animali carichi di adrenalina (a parte i soliti antibiotici e altro ancora), causata dalla paura. Sì, gli animali soffrono dunque hanno anche molta paura di essere uccisi, soffrono di vivere male. Alla fine fingiamo di non avere visto nulla.


Franco Tagliente che come si legge nel suo sito si occupa di aiutare la gente a trovare una motivazione, un senso al loro lavoro, una laurea in Marketing a Ca’ Foscari, spesa molto per le risorse umane intese in un modo finalmente umano, con tanta passione per i progetti di  solidarietà e per la costruzione di un mondo migliore inteso anche come Natura e rispetto della Terra, si diletta a scrivere, storie per adulti, racconti per bambini e anche molto teatro.


L’origine profonda di questo racconto, che è ovviamente per bambini, ma come tutte le favole non ha età, e lo possono  o, direi, lo dovrebbero leggere anche gli adulti, si perde nella sua infanzia,  come racconta nel risvolto di copertina. Molto piccino ebbe in regalo Titino, un coniglietto che era bello tenere in braccio e accarezzare.  Ma una sera il piccolo Franco dalla sua cameretta sentì che il il padre l’indomani avrebbe portato Titino dal macellaio, perché era troppo grande per stare in casa. Immaginiamo il dolore e l’orrore provato da un bambino a quella notizia. Decisione cui Franco tentò disperatamente di opporsi. Credo che chi è vissuto in campagna abbia vissuto storie simili legate a gatti gettati nel fiume in un sacco, uccisi a bastonate, abbandonati per strada o nei fossi, tutte associate ad un trauma indelebile di cui si ci vergogna a parlare. Ma il ricordo e il trauma connesso è lì e non se ne va a dimostrazione che quello che è stato fatto non era etico. Perché 50 anni fa, 40 anni fa, 30 anni fa, era normale fare tutto questo.


La sottoscritta si stava preparando alla maturità proprio nei giorni in cui si decise di sgozzare il maiale, sotto la sua finestra, le cui urla riempivano la mia cameretta di studentessa e durarono ore finché rimase dissanguato. Le sento ancora quelle urla come fossero incastrate nelle mie orecchie, nella mia testa e nella gola, e l’orrore  di tutto quel sangue e quel dolore non si è per nulla diluito nel corso di oltre 45 anni. E’ rimasto lì nitido e osceno. Non ci posso fare nulla. Fanno parte della mia memoria che vorrei non avere.


Naturalmente nessuno avrebbe pensato mai che Franco o altri bambini come lui potessero soffrire un trauma per tutta la vita a causa dell’uccisione di un animale più o meno domestico, servo devoto all’uomo in tutto e per tutto anche della vita. Della sua carne. Nessuno.


Oggi la sensibilità è cambiata. Possiamo soffrirne e dobbiamo soffrirne. Perché la violenza sugli animali è ormai organizzata su scala industriale.


Noi mangiamo la violenza e con essa mangiamo la paura di quell’animale. Nessuno allora pensava che gli animali avessero una sensibilità. Che pensiero stupido, pensavano gli uomini fintamente saggi. Eppure secoli prima c’era stato san Francesco, una lezione straordinaria e potente sul lupo, sugli uccelli. Non è stata sufficiente.


Eppure nel 1975 un filosofo australiano Peter Singer scrisse un saggio che lasciò il segno “Animal Liberation”, un testo fondamentale dell’animalismo, che ha raccontato gli orrori della sperimentazione e argomentava a favore dei diritti degli animali e la necessità di una scelta vegetariana come etica.


Oggi le necessità del cibo, la produzione industriale della carne proseguono sempre più determinate verso  la catena di montaggio. Seviziare gli animali per farli produrre è la regola. E per farci mangiare. Ma che cosa mangiamo?


E’ una apoteosi di violenza, di prevaricazione, di sfruttamento e mancato rispetto della dignità che oggi sappiamo è dovuta ad ogni essere vivente. Oggi agli animali domestici è riconosciuta la qualità di essere sensibile. In Francia hanno cambiato la Costituzione per questo. Oggi si sa. Tanto più dunque siamo colpevoli nel perseverare a produrre carne allevando gli animali come non fossero esseri viventi, ma oggetti, inanimati, uccidendoli con pervicacia produttiva immane.


Ecco la fiaba di Franco Tagliente segue questo filo di possibile liberazione ideata, voluta e messa in atto dagli stessi animali, animali di una semplice Fattoria, - è una favola - non di una produzione industriale, ma è chiaramente una metafora, una storia che va letta e, non ve la racconto, perché può rendere consapevole anche chi non lo è del dolore di cui siamo artefici.  E che gagliardi mangiamo convinti ci faccia bene. Ma ci farà bene alla fine?


Gli studiosi di animali lo dicono da tempo; tutti gli animali, bovini, pesci, conigli provano dolore. La sofferenza degli animali negli allevamenti industriali è oggi un tema riconosciuto, deve aprire un dibattito etico sul cosa mangiamo, come alleviamo ciò che mangiamo e come uccidiamo con la scusa di mangiare.


Certo in un questa storia gli animali sono idealizzati, ma questa è una utopia e come utopia nessuno può negare che sia possibile. La morale della storia di Tagliente grida a chi la legge la necessità di avviarsi verso una società che abbia cura di rispettare tutti gli esseri viventi.


“I protagonisti della fattoria esprimono la propria condizione di disagio, lanciando un messaggio chiaro ed educativo ai lettori, uno spunto per riflettere sulla responsabilità di ciascuno a prendersi cura del Creato. In un’epoca in cui gli animali vengono sottoposti all’allevamento intensivo, la storia in modo delicato pone l’attenzione sul comportamento dell’uomo e sulle misure da esso adottate per la sorte degli animali”, spiega Tagliente. Di cui tutti siamo responsabili e consumatori. O debitori della vita. Possiamo sempre prendere e mai dare?


 


 


 


 


 



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