La pianta

di Silvestro Acampora, 2007

Mi chiamo Biagio, il colore della mia pelle e gli anni di guerra passati in Africa mi hanno fatto chiamare dai miei compaesani “il nero”. Nella campagna vicino alla quale vivevo, cresceva un gigantesco albero di olivo, era il più grande di tutti, per tutti i contadini e i commercianti che giravano le campagne per vendere sementi e comprare olio e olive era “la pianta”.


Tutti si davano appuntamento sotto la sua chioma per concludere affari, per andare in città a vendere oppure comprare bestiame o solo semplicemente per incontrarsi, sotto i sui rami, in una notte con la luna bassa bassa sull’orizzonte, io diedi il primo bacio a Immacolata, e mio padre si incontrò con Nicola per andare alla prima guerra, Antonietta, la figlia di don Gioacchino, che era il padrone della masseria, si incontrò con Peppone per scappare in America perché lui era povero e non gliel’avrebbero mai fatta sposare.


Quando ero piccolo, nelle lunghe sere d’inverno passate vicino al fuoco, mia nonna raccontava le storie della “pianta”, raccontava delle “janare”, le streghe che si riunivano per danzare, oppure dei briganti che si davano appuntamento per organizzare le loro scorribande.


 La “pianta era lì da così tanto tempo che i vecchi raccontavano storie di cui era protagonista, sentite dai loro nonni, che a loro volta le avevano ascoltate dai loro nonni.


 Sotto i suoi rami si erano riposati i soldati Americani e prima ancora i soldati di Garibaldi, ancora prima si erano fermati i soldati del Re Borbone e prima di loro quelli del Re Federico, ancora prima, si fermarono i Crociati che andavano a combattere nella terra di Gesù Cristo.


Da quando è morta mia moglie Immacolata, sono venuto a vivere da mio figlio Paolo a Padova, in questa città fanno una grande fiera di fiori piante e macchine agricole così ho chiesto a mia nipote Chiara di portarmici, girando per i piazzali pieni di macchinari e piante da giardino, ci siamo imbattuti in una quantità incredibile di grandi piante di olivo, erano tutte messe in una specie di contenitori fatti di rete metallica e teli di plastica riempiti di terra, avevano tutti i rami tagliati e i tronchi pieni di ferite, pensavo al perché di tutto questo, com’era possibile ridurre delle piante che dovevano produrre quintali di olive e avere un’aspetto imponente in quello stato?


Cercavo delle risposte nella mia testa e provavo a scoprire che varietà di olive erano, alcune sembravano “coratina”, altre “muredda,” mentre giravo tra quelle piante mutilate ho riconosciuto il tronco della “pianta”, il solco scavato dal fulmine nel tronco era inconfondibile, l’avrei riconosciuta tra mille altre, come la faccia di mia madre, ho sentito un tonfo nel petto, le gambe mi sono diventate molli e le lacrime hanno offuscato i miei occhi, anche se orribilmente mutilata la “pianta” svettava ancora su tutte le altre, sul tronco era rimasta attaccata una pianta di felce e il muschio ingiallito indicava ancora il settentrione dell’antica posizione.


 Come si fa a ridurre una pianta così? Quanti soldi avevano guadagnato quelle mani sacrileghe? Per qualcuno la “pianta “ era diventata una merce qualsiasi, non importavano proprio a nessuno i fatti cui aveva assistito? Il paesaggio che aveva segnato per così tanto tempo? E le storie di cui era unica e silenziosa testimone?


 Cosa diventeranno le vite degli uomini se loro stessi ne distruggono i ricordi e i testimoni viventi?


 Oggi non ci sono più i focolari ma le nonne raccontano ancora le storie ai nipoti.


 Chi comprerà la “pianta” per il suo giardino, potrà forse illudersi di possedere un albero vecchio di centinaia di anni, ma non potrà mai possederne lo spirito vitale né conoscerne la storia.


 Mia nipote mi ha detto che forse possiamo cambiare qualcosa, che forse possiamo fare in modo che le vecchie piante o almeno quelle che rimangono in giro per le campagne restino lì per sempre e che le loro storie si possono mettere tutte in un libro in modo da farle conoscere anche a quelli che vivono nelle grandi città, anche a quelli che per pochi soldi le strappano via.


 Mi ha detto che forse possiamo pagare i proprietari dei grandi alberi di olivo per curarli e farli rimanere lì dove sono per sempre e che se non vogliono farlo, magari si può obbligarli facendo leggi che proteggano i grandi alberi e che vietino la loro vendita.


 I ragionamenti di mia nipote hanno calmato un po’ la mia collera, mi sono sentito orgoglioso di lei, mi ha fatto conoscere un suo amico, che mi ha detto avrebbe scritto e mandato la storia della pianta a tutti quelli che potevano fermare questo scempio.


 Per il vecchio Biagio, il Nero


(Memoria raccolta da Silvestro Acampora)


 


L’altra sera sul treno per Roma, ho incontrato una mia vecchia amica Chiara, nipote di Biagio, il difensore degli Ulivi….. e grazie alla gentilezza di un altro viaggiatore che ha accettato di cambiare posto siamo riusciti a fare il viaggio vicini e farci una bella chiacchierata.


Mi ha raccontato che suo nonno Biagio era morto poco prima di Natale.


Gli ho raccontato allora del nuovo flagello, la Xylella fastidiosa che minaccia gli Ulivi del Salento, si tratta di un parassita di recente introduzione che sembra non lasciare scampo alle piante colpite destinate a morire in poche stagioni agronomiche. Con l’intento di evitare la diffusione del terribile parassita negli altri paesi comunitari, la CEE ha decretato la rimozione e distruzione di tutte le piante infette.


Un intervento cosi drastico avrebbe un impatto drammatico sull’ecosistema del territorio, modificandone in maniera permanente il paesaggio, senza considerare le ripercussioni economiche sul comparto agricolo.


Chiara è stata ad ascoltare in silenzio poi, con lo sguardo che vedeva qualcosa di diverso del paesaggio della pianura attraversata dal treno, ha detto “forse possiamo provare a trasformare questa catastrofe in una opportunità”.


Ad esempio, possiamo chiedere alla CEE una deroga, spiegare che rimuovere le piante di Olivo è la cosa più semplice, economica e veloce da farsi ma, forse, la meno opportuna. Una volta rimosse le piante infette il batterio e i suoi vettori avranno la necessità di compiere il loro ciclo biologico e si sposteranno per colonizzare altre piante così assisteremo ad un effetto domino con focolai che compariranno lungo tutte le coste del Mediterraneo.


Se invece monitoriamo il territorio colpito, censiamo e controlliamo le piante possiamo capire come si espande la malattia e, magari con un pizzico di fortuna trovare una cura.


Possiamo piantare delle piante spia per attirare i vettori del parassita e fare in modo che non si sposti, controllare quali varietà sono maggiormente suscettibili e quali meno.


Possiamo individuare delle aree da sottoporre a sperimentazioni diversificate, ricorrendo alle tecniche endoterapiche oppure, all’inoculo di micorrize simbionti.


Possiamo cercare degli antagonisti per contenere gli insetti vettori della Xylella ricorrendo alla lotta biologica, ancora, possiamo provare a mettere delle trappole per monitorarne la diffusione.


Possiamo organizzare un convegno internazionale e invitare i fitopatologi di tutte le Università del Mondo (la Xylella è diffusa anche in America), dandogli la possibilità di effettuare delle sperimentazioni e mettendoli in grado di lavorare direttamente sul territorio colpito diversamente, possiamo inviargli il materiale necessario.


E se tutto sarà stato inutile, allora potremo sempre procedere con la rimozione e distruzione delle piante colpite.


Tra pochi giorni si inaugurerà Expo e sicuramente la regione Puglia sarà presente, si prevede l’arrivo di visitatori e delegazioni provenienti da ogni parte del mondo, allora offriamo delle bottiglie di Olio in cambio di un piccolo contributo (15/20 Euro) per attivare le sperimentazioni e salvare gli Ulivi.


Si potrebbe mettere sulle bottiglie d’olio un’etichetta con le indicazioni (siti, indirizzi ecc.) per seguire l’evolversi del fenomeno e dove far arrivare idee, contributi ecc. In fondo Expo ha come slogan “Nutrire il pianeta” e l’ulivo è l’albero che più di tutti ha nutrito l’umanità anche spiritualmente.


Arrivati a Roma ci siamo salutati con la promessa di risentirci presto. Ho avuto modo di riflettere sulle cose che ci siamo detti e ho fatto un paio di telefonate a degli amici per capire se erano disposti a dedicare un poco del loro tempo per concretizzare almeno una parte delle proposte di Chiara.


La sera stessa già tre persone erano disposte a fornire il loro contributo (una settimana di lavoro gratis), il vecchio Biagio poteva davvero dirsi orgoglioso di sua nipote Chiara.


Silvestro Acampora


 


 


 


 


 


 


 



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