La Festa del Bagolaro nella Grande Brera: il recupero di un rapporto ancestrale

Paola Pastacaldi, dicembre 2017

 Nei giorni precedenti il Natale il bagolaro di Largo Treves a Milano ha avuto l’onore di una festa. Uno splendido Celtis australis, comunemente noto come spaccasassi, perché il suo apparato radicale penetra anche nei terreni più carsici e più sassosi. E’ stato piantato nel 1992 e complessivamente sfiora i 40 anni, sostituisce un vecchio e amato platano abbattuto per necessità (nonostante le polemiche, perché ferito da un temporale e infestato da parassiti). Non è tra gli alberi più anziani di Milano certo, ma il Bagolaro è ugualmente una gioia per gli occhi, tale da meritare una visita nella piazzetta di Largo Treves, come si farebbe per un’opera d’arte o un bell’edificio.


In questi giorni di festa è stato illuminato con piccole luci che dal tronco salgono verso la cima come fili di ragno, in modo da segnare ed esaltare la sua bella architettura, le forme gentili, cioè una chioma ben disegnata, densa, espansa e tondeggiante, così rotonda, armoniosa, nonostante la stagione lo abbia privato delle sue foglie, da dare quel brivido irrazionale ed emotivo che solo la natura sa dare. E gli alberi con particolare intensità. Nella zona dei più bei negozi di arredamento che da anni ne vede molte di feste, ma tutte commerciali o fieristiche o comunque di marketing, cioè legate ad un qualche prodotto, una festa per un albero senza alcuno scopo, se non la gioia di chi vi partecipa, merita due parole e un po’ di attenzione.


Siamo a due passi dal Corriere della Sera, in via Solferino, e dalla Fondazione Dino Buzzati, in via Balzan. All’incrocio si apre una piazzetta speciale, quella di Largo Treves che, nonostante le auto vi passino sfreccianti in due direzioni, nonostante il parcheggio di motorini bello fitto, riesce a conservare il suo antico fascino.


Siamo nel cuore di quella che dovrebbe diventare la Grande Brera, definita come uno degli attori principali della futura vita culturale della città di Milano. Una zona che parte dal museo Poldi Pezzoli di via Manzoni, comprende il Teatro La Scala, la Pinacoteca di Brera, l’Accademia di Belle Arti, la Biblioteca Braidense, il Giardino Botanico, Palazzo Citterio che aprirà nel 2018, e ancora l’Osservatorio Astronomico e il Museo della Scienza che si trovano dentro i settecenteschi Giardini Montanelli, disegnati dal Piermarini, l’architetto de La Scala.


Percorrendo metà di via Solferino si arriva a Largo Treves e ci si trova a due passi dal Corriere della Sera. Da via Brera a via Solferino è un lungo nastro di vecchi sampietrini che ha al suo termine la piazzetta, che è come un nodo fatto ad una corda, un promemoria. Lì, prima di avviarsi allo storico edifico del vecchio Corriere, si trova ben piantato e in ottima salute il bel bagolaro.


Un giovedì pomeriggio prima di Natale, come si fa da qualche anno, nonostante il freddo, una folla di bambini usciti dalla scuola di via Palermo  ha riempito la piazzetta sotto l’albero con grida di gioia, perché vicino all’albero i Clown della scuola di Arti Circensi e Teatrali  dell’Isola, diretta da Maurizio Accattato che ogni anno organizza il Festival dei Clown, issati su alti trampoli hanno inscenato giochi e acrobazie. La Banda del Comune ha accompagnato con le sue canzoni una parte della festa. Sino alle 19 il piccolo spazio di Largo Treves si è infittito di gente che passava, gente che sapeva della festa dell’albero, amici e conoscenti che hanno potuto bere, cioccolata calda e vin brulè, mangiare ottimo formaggio e salame, un panettoncino, datteri da succhiarsi le dita, mandarini, focaccia. Intorno al gazebo a tagliare e affettare pane e focaccia, a servire i passanti e gli ospiti tanti amici volontari. Sotto un gazebo il coro della Casa delle Donne di via Palermo ha cantato canti storici di libertà. Seguite dalle voci preziose ed evocative del coro della chiesa anglicana di via Solferino. 


Lo spaccasassi, detto anche romiglia, caccamo, lodogno e fraggiracolo, dal carattere frugale, come sostengono i testi botanici, ora spoglio (fiorisce tra aprile e maggio) non ha detto nulla. Con dignità ha sopportato tutti quelli che rumoreggiavano e bevevano a suo nome. Ma possiamo dire che è un albero davvero fortunato. La sua storia e del legame che un milanese ha instaurato con questo albero, merita di essere raccontata e ricordata, anche se il protagonista non vorrebbe si parlasse di lui.


Questo signore - e sfidando la sua contrarietà diciamo il nome, Luciano Di Pietra, ex dirigente regionale dei Servizi Sociali, - ogni sera per molti anni, quando tornava dal lavoro trovava il bagolaro ad accoglierlo, e traeva grande gioia dal fatto di averlo sotto casa, così in centro a Milano, dove il cemento fa da padrone senza tregua, pur con palazzi antichi, ma sempre cemento freddo e grigio. Decise che come regalo avrebbe voluto restituire qualcosa all’albero, ringraziarlo per le gioie che gli aveva dato. Si recò in Comune e lo adottò. Fece in altre parole quello che si chiama “Contratto per la Cura dell’Area verde”. Tre anni più tre già trascorsi, con un recente rinnovo che va dal 2017 al 2021, Luciano Di Pietra si occupa e si occuperà dell’area verde della piazzetta. In breve l’albero è stato circondato da un piccolo bosco di agrifogli, convallarie, pitosfori e camelie a fioritura anche invernale sotto la sua chioma sono state messe tre panchine, tutto sulla base di un progetto approvato dal Comune e disegnato nonché realizzato da Corrado Chiettini, giardiniere esperto di aree verdi in città e artista di Land Art.


Al bagolaro sono state garantite annaffiature periodiche, effettuate manualmente, per impedire che soffrisse per la grave siccità di quest’anno. Le potature – l’ultima nel marzo 2017 – sono fatte con metodologie appropriate. I tree climber, come alpinisti, sono saliti sui rami tagliandoli nel modo più rispettoso per la sua salute, evitando le orrende e malevole capitozzature che si fanno frequentemente in Italia a danno degli alberi.


Immagino già qualche sguardo scettico. I soliti romantici inutili, penserà qualcuno. Chi non capisse la gioia che possono dare gli alberi e, dunque, ciò che ha mosso il signor Luciano a fare quello che ha fatto, finanziando la salute dell’albero e non solo, potrebbe leggere il piccolo libro di Hermann Hesse intitolato “Il Canto degli Alberi”, e forse se ne farebbe una ragione e inizierebbe a cercare un albero da adottare o almeno da ammirare, guardare per trarne salute e beneficio e, caso mai, come forma di restituzione d’amore anche curare con passione.


Stiamo alludendo all’albero cosmico. Andando indietro, indietro nel tempo si usavano fare molte feste ancestrali dedicate all’albero. Ancora oggi in piccoli paesi dell’Italia boschiva e meridionale si celebrano brandelli ricordo di queste feste primitive (ma non in senso culturale, anzi). Come gli uomini albero a Satriano nel cuore della Basilicata. Tanto da indurre il regista Michelangelo Frammartino a realizzare una videoinstallazione che è stata esposta al Moma di New York. Il Maggio di Acettura, rito agrario pagano antichissimo, tra le più belle feste del Mediterraneo.


Gli alberi da sempre hanno connesso l’uomo con il mondo dell’aldilà, la vita, l’unione sacra, con la parte magica e divina, come credevano nell’antichità, a cui oggi non crediamo più: oggi possiamo ancora pensare che gli alberi siano spirito o anima per gli uomini? Non saprei rispondere.


Questo aspetto essenziale della vita dell’uomo, via via che progredivamo sul piano dello sviluppo scientifico e del benessere, è andato erodendosi, sminuendosi, cancellandosi, gettato alle ortiche con grande impegno e così gli alberi sono diventati solo belle decorazioni dei nostri giardini o delle città. Appena, appena gli si riconosce il merito di ossigenarci. Non conosciamo più l’aspetto profondamente vitale del mondo arboreo, connesso con la nostra stessa esistenza. In un modo di vivere dove tutto è tecnologico, l’albero soffre di una diminuita stima, di un mancato utilizzo della sua vera forza vitale e così soffriamo anche noi. E sarà sempre peggio, se non ci risvegliamo da questa ignoranza inutile e dalla crudeltà messa in atto verso il mondo degli alberi.


Quando poi accade che si riesca a scorgere la bellezza dell’albero, come una illuminazione, non tanto in senso estetico, ma piuttosto affettivo, il rapporto rinasce per magia. Senza riflessioni razionali. E’ quello che è accaduto durante la festa di Largo Treves, gioia, sorrisi, partecipazione. Ricordo ancestrale del nostro antico rapporto perduto. Gioia provocata non tanto dal vin brulè (pur gradevole visto il freddo), ma dal fatto di celebrare un’anima, quella arborea. Un riconnettersi con le sue radici, con le profondità della terra e con la nostra vera vita. Che è e rimane un mistero di cui sono depositari assoluti e discreti (nonché sofferenti) gli alberi e la natura.


Incontriamo Luciano Pietra sotto l’albero, circondato da passanti e amici che chiedono informazioni o vogliono salutarlo e ringraziarlo di cuore per la sua idea e l’impegno che ci ha messo sostenuto da tanti amici solidali. Gli chiediamo le ragioni di un gesto così gratuito.


“Sono sempre stato convinto che ciò che dà piacere vada condiviso, altrimenti non è un vero piacere. Per questo ho voluto organizzare la festa del bagolaro. E condividere le gioie che mi ha dato con altri. Chi ha avuto una qualità della vita, dovrebbe imparare a restituirla in qualche modo”.


Luciano parla di una Italia e di una Europa, dove le generazioni più mature, per usare un eufemismo, hanno rubato il futuro ai giovani e molto potrebbero oggi fare per loro. Questo albero potrebbe essere riconosciuto come albero sperimentale. La processione di gente che lo ringrazia lo dimostra. Esperimento di restituzione all’albero di ciò che ha dato alla città e ai suoi abitanti. Ne avremmo molti altri da ringraziare.


Cosa richiede la cura del bagolaro?


“Niente”, risponde con modestia.


Sappiamo che non è così, ma rinunciare a qualche pranzo e qualche spesa superflua non sarebbe certo impossibile per molti dei cittadini.


 E l’albero che cosa vorrebbe, forse un po’ meno di cemento?


“No, il suo apparato radicale è profondo, forse altrettanto che la sua altezza, va a pescare ciò che gli serve sotto. Ma quest’anno lo abbiamo, comunque, annaffiato con i secchi a mano e questo lo ha aiutato. Sta molto bene”.


A mano??


“Il Comune ha cercato un collegamento per un impianto dell’acqua, ma era troppo lontano e costoso. Io però di recente ho trovato una vecchia foto, dove si vede una fontana proprio qui vicino, davanti al bar. Ritornerò alla carica alle Metropolitane milanesi e vediamo se riusciamo a trovare il collegamento ed allacciarci”.


Arrivano altri milanesi a salutare, ce n’è di ogni tipo e generazione compresi ragazzini e nonne con badante. Si portano a casa anche un pannettoncino. Grazie al bagolaro, meno solitudine.


Quest’anno il bagolaro è stato rivestito di luci natalizie fatte con garbo e poesia dall’azienda Del Tongo di Tegoleto Arezzo, che ha aperto uno show room nella piazza davanti al bagolaro e bene hanno fatto a scegliere di decorare l’albero in semplicità. Un marketing azzeccato e discreto, ma molto in vista.