All’Orto Botanico di Padova dal 19 gennaio 2018 Olimpia Biasi, pittrice visionaria e panteista e le sue garze naturaliste

di Paola Pastacaldi giornalista e scrittrice, 6 dicembre 2017

 All’Orto Botanico di Padova, il più antico del mondo, quello che conserva la palma di Johann Wolfgang Goethe del 1585, che gli ispirò il saggio sulle Metamorfosi delle Piante e altri scritti, oggi patrimonio Unesco, il 19 gennaio si inaugura una mostra dal nome brillante, Viriditas, a cura di Virginia Baradel, critica e storica dell’arte del Novecento. La mostra è una allusione alla segreta vitalità del mondo vegetale, firmata dalla pittrice trevigiana Olimpia Biasi. Per capire il senso di questa mostra e il perché si fa all’Orto Botanico e, quindi, ciò che la pittrice vuole consegnare al pubblico con le sue opere di cui parleremo fra poco, è necessario fare un balzo all’indietro nei secoli sino al Medio Evo e a suor Ildegarda von Bingen, i cui attributi culturali e botanici sono talmente potenti e vasti da creare una vertigine. Benedettina tedesca del Mille e cento, scrittrice, drammaturga e poetessa, mistica e scienziata insieme, autrice di trattati di medicina e botanica, estremamente originali, che hanno lasciato il segno nel tempo. Dal 2012 dottore della Chiesa. Nella sua rappresentazione medievale raffinata e colta della cura e della salute dell’uomo attraverso il mondo vegetale e animale, non solo, dunque, dell’anima come ci si aspetterebbe, ma anche del corpo umano e delle sue malattie, c’è qualcosa che sta tornando nei nostri anni così scientifici e freddi votati ai vaccini. Ciò non poteva che sedurre una pittrice come Olimpia Biasi, formata alla scuola di Venezia, una città madida di pittura, ma con maestri dello spazialismo (il movimento pittorico fondato da Fontana nel 1946) come Edmondo Bacci e Luciano Gaspari, e alle spalle anche un soggiorno lungo in terra venezuelana, poi i viaggi nel nostro Sud, Stromboli, e il suo vulcano, per assorbire lo spirito della natura più intrepida.


La personalità di Olimpia Biasi non lascia incerti né sospesi, i suoi quadri sono un magma di fuoco materico nella scelta dei colori e di grande spiritualità nei temi che provengono quasi sempre dal mondo immenso della natura. E non in senso metaforico o simbolico. Perché Olimpia Biasi ha coniugato, direi incastrato in modo quasi simbiotico il suo interesse vegetale con la sua arte. E per farlo si è immersa nello studio e, solo dopo, nella pratica. E’ divenuta una vera giardiniera, molto colta, molto apprezzata, perché il giardino della sua casa di Lovadina, un casale nobile del 1500, circondato da 5 mila metri quadri di verde, dove trascorre ogni giorno dalle 2 alle 3 ore sporcandosi le mani, è una piccola opera d’arte, dipinta scegliendo forme e colori a lei graditi, ma rispettando madre natura e ciò che lei crea. Giardino che è quasi un proscenio da cui contemplare vizi e virtù, malevolenze e originalità delle piante, dei fiori e degli insetti, nonché i segreti della loro vita e della loro fine. Perché di questo parliamo, l’avvicendarsi di vita e morte. E la lezione è di lasciarsi educare dalle piante, in questo abbandonando la manipolazione crudele del Medio Evo. Tutte piante da lei scelte con una attenzione maniacale assolutamente botanica e scientifica, ma rispettosa perché possano convivere al meglio e fiorire con grande voluttà e forza, secondo il loro istinto. Una giardiniera libera, dunque, che coltiva l’arte del non forzare ma aiutare ciò che in natura ha un suo carattere e una sua direzione. Tra i suoi autori preferiti Ippolito Pizzetti, che bazzicava a Treviso tra l’altro, le inglesi Vita Sackwille West, Gertrude Jekyill e tanti altri. Legge tutto, si considera onnivora in materia. E si vede.


La incontriamo nella sua casa, vicino a Spresiano, Treviso, dove i colori dominano, ma anche le scelte di arredamento che ripercorrono la storia di questa regione (quella delle ville di campagna prima e dopo il Palladio, perché qui si sprecano, e della magica Venezia).


“Ildegarda l’ho letta per caso, un piccolo libro regalatomi da Nico Naldini, scrittore, regista e poeta (cugino di Pier Paolo Pasolini) di cui sono amica, e l’ho subito trovata conforme al mio spirito panteista”, spiega risoluta Olimpia Biasi.


“Così negli ultimi anni sono nate alcune mostre ispirate a queste letture, dal titolo Le Visioni di Ildegarda (le aveva veramente, forse dovute a mal di testa, come sostiene Oliver Sacks, n.d.r.) a Treviso in un eremo, poi nel chiostro del Tintoretto a Venezia, alla Madonna dell’Orto. “I disegni degli animali” a Pordenone. I teleri con lampi di visioni (Ildegarda docet) alti oltre due metri”.


Nella sua soffitta trasformata in studio laboratorio, con vista sul giardino, sempre, i teleri fanno bella vita appesi alle travi, spesso lunghissimi, abbacinanti pezzi di sole al tramonto, che sembrano porzioni di mare profondo, distese d’erba scintillanti che abbattono i muri antichi, cieli che spaccano il soffitto.


Ai piani di sotto la casa che sembra un altro susseguirsi di quadri.


“Quando vado in giardino ritrovo Ildegarda, negli insetti, nelle erbe, negli alberi. Il suo sapore medievale era a metà realistico e a metà visionario. Ho pensato spesso ai bestiari, alle rappresentazioni fantastiche, miste a temi religiosi, agli animali che rappresentavano i peccati e le virtù, e ai loro significati, all’immaginario”.


E il giardino come è nato?


“Quando ho restaurato questa casa il giardino lo vedevo dall’altro delle mie scale, vedevo un rettangolo spoglio, misero. Ho disegnato nella mia mente le stradine e poi l’ho trattato come un foglio da dipingere. Avevo sempre dipinto la natura, ma non in modo analitico, solo emozionale, dipingevo il mio giardino con tematiche come L’arcata delle rose. Dopo aver letto Ildegarda tutto è diventato più sottile, preciso. Mi ha contagiata. Prendo i semi e li metto nella terra, vedo svolgersi il ciclo della vita. Ma al tempo stesso Ildegarda mi affascina perché è slegata da ogni ragionevolezza. E io sono passata dalla pittura all’analisi morfologica della natura”.


Cosa porterà in mostra a Padova?


“Ho utilizzato delle garze, un tessuto primitivo che si faceva nel Medioevo con i telai, un retaggio del lavoro femminile che volevo ci fosse in questi miei lavori. Le garze sono oggi molto difficili da trovare. Ma le ho recuperate in un vecchio magazzino. Così trasparenti, leggere, possono contenere le minuzie vegetali. Le ho trasformate in grandi erbari, pagine su cui elencare le anime della natura, non in modo scientifico, ma artistico. Una di questa garze si chiama Brulicare, ed è piena di rametti, veri e falsi, insetti da me disegnati, con pezzi di stoffe, di carte cuciti .


“E’ una imitazione degli erbari antichi bizzarra e anarcoide, uso il filo e l’ago e cucio, attacco sulle garze. Anche questo è un lavoro femminile. Incollo bacche con pigne, foglie, fili d’erba, e vicino disegno insetti, libellule, scarabei, zanzare, mosche, vermi lucertole, bruchi. Mai veri, per carità, li disegno su carta. Uno dei teleri è lungo 8 metri per un 1 metro e quaranta, poi ci sono quelli da 40 centimetri per 40, come pagine da sfogliare. Ho usato anche delle reti industriali che servivano contro la grandine. Ho scritto e incollato piccoli fogli con pensieri di autori come Emily Dickinson che dell’erba dice che ha così poco da fare. Uso la penna, il pennarello, l’inchiostro, le chine colorate e faccio collage di carte di risulta, cioè sempre vissute e stropicciate, stoffe, veline, corde, passafin (e spunta il veneto, n.d.r.). Mi interessa ricreare un equilibrio che in natura esiste da sempre. Ho fatto un telero dedicato a Pia Pera. E’ l’unico colorato. Porterò a Padova 14 garze, 13 disegni intitolati Gli animali di Ildegarda, tra cui il lupo, la volpe, le lucciole, un caprone, una vipera, un’aquila. Una opera di plastica, due sculture in vetro, una sotto vuoto e la seconda dentro l’acqua, la prima si intitola Ode al papavero e l’altra un Saluto alla Palma di Goethe. Ci sarà una installazione di teleri colorati su lino grezzo di 7/8 metri. Un telero rosso lungo 8 metri scenderà da un antico platano orientalis”.


I suoi quadri erano prima così intensi nel colore, ricordavano sempre Stromboli isola che lei frequenta molto, ora le garze sono di colori pallidi, quasi pastello.


“Queste garze per me sono parte di un'altra mia anima, più grafica per cui ho voluto mitigare i colori. Mentre i quadri sono pittorici”.


Ecco davanti a noi vedo delle tavole dipinte, alte un metro e mezzo, un lupo appeso a testa in giù con la lingua rossa in fuori, forse una tortura medievale, un topo che scappa, tutti molto grandi. Vi si descrive la trattazione medicinale necessaria secondo Ildegarda perché potessero curare malattie come il mal caduto, la follia. Ecco le sue visioni. E visionari sono anche i disegni di Olimpia Biasi. Una apoteosi animalesca, come la definisce lei stessa.


L’hanno soprannominata la “signora delle rose”, di cui è intriso il suo giardino, ma non sono più il suo unico fiore preferito (anche se non sembrerebbe guardando le decorazioni floreali di casa):


“Quest’anno amo la Nigella Damascena (damigella o ranuncolo o fanciulluccia), un fiore calmante che si trova anche in Marocco. Scoperto grazie a dei semi regalati da una amica”.


Ma tutto questo amore ha un risvolto sociale? Sì, è sfociato in due esposizioni alla Biennale una del 2011 con il Cielo calpestabile e una seconda nel 2013 con Natura madre matrigna con materiali da riciclo. Un successo. Dopo anche un piccolo libro L’Agapanto di Luchino e altre storie vegetali nel giardino di Olimpia (Compiano Editore) e chissà quante altre storie vegetali dovranno arrivare partorite dal giardino vero di Lovadina che alchemicamente finiranno nei teli e nelle garze di Olimpia. Il commento finale di Olimpia Biasi è misterioso tutto da interpretare e lasciato da me volutamente senza spiegazioni: “Ho già superato la pittura”.


 



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