Alla scoperta del romanzo I falsari di Andrč Gide secondo Matteo Collura

Il Messaggero gennaio 2017

Vorrei azzardare un tentativo: convincere qualcuno di coloro che si


accorgeranno di questo articolo, a leggere uno dei romanzi considerati tra i


più complessi del Novecento per quello che realmente mostra nelle sue


pagine, per quello che obiettivamente racconta. Per quello che è, insomma,


senza filtri intellettuali o criticamente complessi. L’esperimento che


propongo riguarda quello che per André Gide fu il suo unico e vero


romanzo, “I falsari”, pubblicato nel 1925 e ora riproposto da Bompiani con


la già nota traduzione di Oreste del Buono e la prefazione di Piero Gelli


(pagine 451, euro 15).


L’idea mi è venuta da un appunto dello stesso Gide riguardante il suo


romanzo: “Il solo teatro che riesco a sopportare è un teatro che vuole essere


semplicemente quello che è e pretende solo di essere teatro”.


“I falsari” racconta un’intricata vicenda ambientata a Parigi,


protagonisti un gruppo di giovani studenti, alcune donne divise tra l’affetto


per i mariti e la passione per amanti alle prime armi (e dalle pulsioni


omosessuali); alcune famiglie, inevitabili serbatoi di violenza psicologica, e


uno scrittore in età, il quale, essendo colui che racconta la storia, ne è in


parte la voce narrante; solo in parte, perché a “costruire” il romanzo sono in


tanti: l’autore, naturalmente, lo scrittore che abbiamo detto, e a volte il


testo stesso, che “si scrive” a mano a mano che le vicende si sviluppano.


Trentacinque i protagonisti che Giovanni Macchia, nel recensire “I falsari”,


ebbe la pazienza di enumerare.


Mi accorgo che sto complicando le cose, ma nello stesso tempo


assicuro che il libro si legge come un romanzo tradizionale, anzi con molte


sfumature di piacere in più, dato lo spostamento continuo dei punti di vista.


Le coincidenze e i relativi colpi di scena di cui la storia straripa fanno


pensare a certi film di Almodovar, in cui i personaggi sembrano destinati a


determinati incontri, determinate disavventure, inevitabili svolte nella vita.


L’ambizione di Gide era di scrivere un romanzo totale, e per questo,


in fondo, privo di soggetto. Dai suoi appunti: “Il cattivo romanziere


costruisce i suoi personaggi: li dirige e li fa parlare. Il vero romanziere li


ascolta e li guarda agire, li sente parlare prima di conoscerli ed è dopo


averli ascoltati che capisce un poco ‘chi’ siano”.


Paradossalmente, il risultato è quello di un vasto e articolato racconto


tutto da gustare, con dialoghi a volte crudi, ma di esemplare efficacia. Un


esempio in cui parlano un giovane e una bella signora:


“Non mi avete detto il vostro nome”.


“Bernard”.


“Sì, ma il vostro nome di famiglia?”


“Non ho famiglia.”


“Insomma il nome dei vostri genitori.”


“Non ho genitori. Ovvero sono come il figlio che aspettate: un


bastardo”.


C’è nel romanzo un episodio legato a un banale fatto di cronaca nera:


alcuni giovani spacciano monete false. Da qui il titolo, sembrerebbe. Ma


esso non viene da lì, bensì dall’impossibilità, nei giovani come nei vecchi,


nelle donne come negli uomini, di agire e convivere secondo quella che,


spesso con troppa leggerezza, è creduta “verità”. Si è falsi sempre; con gli


altri e con se stessi. E questo perché è la vita che, misteriosamente, lo


vuole. Del resto, Gide è l’autore di romanzi scandalosi (naturalmente per il


suo tempo) come “L’immoralista” e “La porta stretta”. Qui ha voluto


dimostrare quanto i romanzieri ingannino i lettori e forse anche se stessi.


Ci sono passaggi-chiave, nel romanzo, che aiutano a capire cosa


avesse in mente l’autore. Edouard, lo scrittore, considera il suo diario uno


specchio che non abbandona mai: “Niente di quello che mi accade diviene


realtà per me, sinché non lo vedo riflesso in esso”. Per questo dicevo prima


che a un certo punto nei “Falsari” è il testo stesso a muovere le fila, come


un onnisciente narratore.


Con “I falsari” Gide intese mettere alla berlina il romanzo simbolista


e farsi gioco anche di quello naturalista. “I veri romanzi”, dice l’alter-ego


di Gide, “non si preoccupano di ostentare la loro umanità e neppure di


apparire reali. Per questo sono opere d’arte”. Ma si va più in là, perché quel


che risalta, alla fine, è una feroce avversione per l’uso ipocrita della


religione e per la devastante morale perbenista.


Lette le prime duecento delle quasi quattrocento pagine non si ha


idea di dove il romanzo possa andare a parare. Meno che meno s’immagina


di dover constatare che non è altri che il demonio a muovere le fila, non a


caso nel racconto viene tirato in ballo una quindicina di volte. Il demonio


agisce, Dio sembra rimanere nascosto, lasciando fare. A proposito dei


personaggi da inserire, Gide annotava: “Desidero crearne uno (il diavolo)


che circola, in incognito, attraverso l’intero libro. La sua realtà dovrebbe


tanto più affermarsi quanto meno si crede in lui. Questa è proprio una


particolarità del diavolo, il suo modo di accostarsi a noi è: ‘Perché mi


dovresti temere? Sai bene che io non esisto’ “.


Strano romanzo, “I falsari”, affascinante racconto di giovanili


amicizie e d’imprudenti passioni amorose che, pagina dopo pagina,


conduce a impreviste riflessioni su Dio e il diavolo, come la seguente:


“Avete notato che, in questa vita, Dio tace sempre? Soltanto il diavolo


parla. O almeno con la nostra attenzione riusciamo soltanto a udire il


diavolo. Non abbiamo orecchi per ascoltare la voce di Dio… Ho pensato


spesso che la parola di Dio fosse l’intera creazione. Ma il diavolo se n’è


impadronito e il suo rumore copre adesso la voce di Dio”.


Matteo Collura