Natale e il tabý del troppo cibo, ovvero della paura atavica della fame

di Paola Pastacaldi, Natale 2015

 


E’ da giorni che qualcosa preme dentro di me per uscire allo scoperto, uno stato dell’anima, un disagio della coscienza, un malessere non chiaro, che non riesce a trovare le parole e i modi per esprimersi. Eppure sono giorni di festa e di gioia, almeno così dice la gente che incontro.


Forse ho paura di quello che vorrei dire, perché so di infrangere un tabù: quello del cibo. Sempre più mi ritrovo in serate conviviali natalizie che sono cariche di cibo senza necessità alcuna, ma quasi totalmente prive di riflessioni spirituali o di alimento per l’anima. Sogno altre serate conviviali, sempre insieme, ma in altro modo, meno cibo più cuore, più emozioni, più parole sincere, anche più cultura, forse anche più musica.


Una dieta rigorosa fatta per motivi di salute mi ha posto dall’altra parte della barricata, ha attivato una consapevolezza di quanto male ci stiamo nutrendo. Ahimè, ciò che ho imparato sulla salute non riguarda più solo il mio piccolo e banale disturbo, ma ho scoperto che riguarda la salute di tutti. Così partecipo ai convivi con l’animo spezzato e franto, non posso più condividere ma ormai nemmeno fare finta. Ormai so che fa male e dunque rimiro la compagnia come avviata al disastro. E se io sbagliassi e avessero ragione loro? Non so darmi una risposta ma ho sempre meno voglia di condividere questi convivi. Mangiare troppo per stare male. Il banchetto imbandito davanti come una tentazione, l’ennesima a cui resisto, con sempre meno fatica.


Ma – mi chiedo - sapremmo cambiare, trovare altri modi di stare insieme? Non lo so e non vedo proposte. Forse dovrei cominciare io. Ma non ne ho il coraggio, da poche battute ho capito che chi tocca la questione rischia grosso. La gente non vuole essere privata del suo vizietto, della sua pasticca antiansia a buon mercato.


Il cibo sembra cementare ogni atto della nostra vita sociale. Chi non partecipa viene vissuto come un disturbatore, un alieno, forse uno scocciatore. Bisogna mangiare e bere. Tanto. E’ d’obbligo per essere felici.


Ma il cibo di cui parliamo non è più la modesta entità che serve per vivere, è di più, è molto di più. Mangiamo a tutte le ore per qualunque scusa, le feste pubbliche, private, gli aperitivi e non mancano mai i dolci. Natale, anziché contribuire alla nostra rinascita, è diventata l’ennesima occasione per scavarci la fossa. Tutto questo un tempo aveva altro significato. Festeggiare sì, ma non tutti i giorni. Come tutti i giorni non si può fare l’aperitivo, il dopocena con dolce e liquori. Tutte le sacrosante occasioni buone per dimostrare a tutti che si ha di più e si può di più. La tavola sembra essere diventata una ottima occasione di esibizione sociale. Il mangiare quasi un riscatto alla paura atavica della povertà.


L’impressione è che il cibo sia diventato una cattiva abitudine o addirittura una esibizione.


Il mangiare è invece una necessità, lo abbiamo dimenticato e come tale non dovrebbe avere a che fare con il superfluo o l’eccessivo.


La verità è che ci stiamo rimpinzando come tacchini. Il guaio è che molti lo sanno e vanno dicendo con la stessa allegra inconsapevolezza che mangiano troppo e che stanno male perché hanno mangiato troppo. Il corpo molto intelligentemente suona la campanella dell’allarme. Inascoltato, però, nella pratica dai più.


Ma è giusto in fondo, è sacro alimentarsi, è umano voler condividere insieme l’atto del cibarsi. E’ giusto, è antico, è un patto sociale, è un dovere sano, è una gioia e insomma è molto nella vita sociale dell’uomo. La madre nutre il proprio figlio dal proprio seno, la donna, nonostante il modificarsi dei ruoli, continua a nutrire i suoi, prepara da mangiare per la sua famiglia, gli amici si invitano a pranzo per stare insieme e condividere gioie e dolori. Lo stesso si fa alle festività.


Ma ormai il meccanismo del mangiare in eccesso è inarrestabile, ci è sfuggito di mano. La società del benessere è decadente. Già immagino le proteste: ma perché ce l’ha con noi, che facciamo di male poi, alla fine?


Mi sono convinta che mangiare sempre e troppo e male è un ansiolitico. Il mangiare di oggi nutre una generazione di ansiosi, che cercano di placare la paura di morire, rimpinzando lo stomaco oltre misura. Dalla bocca passano le certezze di un bambino, che sempre succhia il latte materno o il suo dito o uno straccetto giocattolo.


Mangiare e riempirsi la pancia oltre il necessario annulla le sensazioni, toglie di mezzo il vuoto, la paura, l’insicurezza, l’ansia infine. Così tra un boccone e l’altro crediamo di essere più felici, ma abbiamo solo rinviato la prossima botta di ansia al mattino dopo.


A farci le spese è però la salute, ma chi se ne frega. Tanto siamo una società consumista e materialista. Lo spirito è già stato annegato nel sugo e nell’alcol. Quel che avanza del corpo lo metto a posto con creme e massaggi. E qualche digiuno o corsetta di più. Non calcoliamo che alla lunga la cancellazione fittizia dell’ansia rende ottusi, non sappiamo più quello che siamo e quello che sentiamo. Simili a macchinette per produrre benessere materiale e sociale a buon mercato, stare zitti, evitare il conflitto sociale, le critiche, non educhiamo più il nostro spirito all’elevazione. Che ne sarà di noi, buontemponi?


Un’ultima tavolata ci seppellirà. Altro che ultima cena e condivisone del pane spezzato, come ha insegnato Gesù, e tanta tradizione cristiana. Altro che rinascita.


Il cibo non è più il nostro nutrimento.


Quale gioia sarebbe ridare vita ad una tavolata dove mangiare serva per nutrirsi, di che gioiosa spiritualità potremmo cibarci mentre mangiamo e spezziamo il pane o brindiamo con mezzo bicchiere di vino.


Non vedo una strada per migliorare se non quella della preghiera, o chiamiamola anche meditazione laica. Meditare per ritrovare il sé, vero profondo autentico.


Anche nel festeggiare anche nel nutrirsi. E le feste quale occasione di nutrimento potrebbero essere per tutti. Dell’anima e del corpo, insieme con amore per riscoprirci nella nostra interiorità.