Guarire con la Biodiversitą in cucina: Intervista a Sonia Vellere, psicologa e terapista alimentare

di Paola Pastacaldi

Sonia Vellere lo chiama il “metodo integrato”, corpo e spirito. Come aiutare le persone oggi a ritrovare un sano equilibrio, intervenendo sulle cattive abitudini alimentari. Non credo che oggi serva aggiungere altro per capire il rapporto cibo cervello con tutte le patologie connesse, piccoli o grandi, semplici o a volte gravi.

Ne parliamo con Sonia Vellere, terapista alimentare e cuoca olistica. Ma anche psicologa alimentare, naturopata, diplomata in Macrobiotica e Mindful eating.

Negli ultimi anni ha lavorato su numerosi progetti, fianco a fianco con il dr Franco Berrino, medico, epidemiologo, già direttore del Dipartimento di Medicina Preventiva e Predittiva dell’istituto Nazionale dei Tumori di Milano, autore di molte ricerche e pubblicazioni sulle cause delle malattie croniche e la prevenzione delle malattie degenerative attraverso lo stile di vita e l’alimentazione. 

Il cibo ha oggi, indubbiamente, una profonda connessione con le ansie, l’umore, le emozioni, la solitudine sociale, il non sentirsi accettati e le depressioni, in costante aumento da molti anni. E, alla fine, con lo stress, fattore cronico e pervasivo della vita quotidiana odierna.  

Perché cambiare oggi la nostra pur storica e affermata alimentazione?

“La fame di oggi è emozionale. E il cibo si è trasformato in un nuovo ricco  grasso mercato che cresce sulle nostre necessità, anche psichiche”. 

Forse non è più mediterranea. E bisogna ritornare alla sua autenticità che era quella dei nostri avi. L’alimentazione mediterranea è stata considerata in tutto il mondo la più sana era migliore. Eppure oggi non è esattamente così. Si mangia cibo prodotto da impianti non dalle piante, come diceva Michael Pollan nel suo delizioso 'Breviario di resistenza alimentare”. Non cibo prodotto dagli uomini o dalla natura. Ci spiega cosa è il cibo processato di cui si parla tanto?

“Il cibo è sempre meno prodotto dall’uomo, sempre più elaborato, in grandissime quantità e creato dai macchinari dell’industria o dalla chimica stessa che aggiunge e toglie ingredienti. Prima conseguenza, non si cucina più; si preferisce comperare il cibo pronto e impacchettato. Cucinare è diventato un atto inusuale, giudicato persino una perdita di tempo. Stare in cucina ha ben altro significato: è curativo. Si cucina per se stessi e per la famiglia. Per questo è invece un atto sacro, sottolineo sacro”. 

Quale è il percorso per mangiare più sano e calmare lo stress?

“È stato fondamentale per la  mia esperienza considerare e mettere insieme la parte psichica con quella alimentare per poter gestire il cambiamento di una diversa alimentazione e le decisioni da prendere ogni giorno per evitare che alla persona accada di riempire lo stomaco solo per calmare i vuoti emotivi o perché non sa come gestire l’ansia. Nella alimentazione mediterranea degli anni Cinquanta le persone davano valore al prodotto locale e stagionale che era fresco e naturale; non c‘era ancora il biologico, ma in fondo c’era il chilometro zero e c’erano, soprattutto, meno esigenze.

Nel metodo che personalmente ho definito “integrato” metto insieme la mente e l’alimentazione, la naturopatia e anche i rimedi, quando servono per togliere gli eccessi.

“Dopo venticinque anni di esperienza, ho capito che è il troppo cibo che crea l’ansia. Se io semplifico l’alimentazione, semplifico i miei pensieri. L’intestino o secondo cervello mi dà stabilità. Il sistema limbico (le emozioni o cervello emotivo) mette in relazione con l’altro, l’agitazione che ne segue crea confusione mentale. Se calmiamo l’intestino, calmiamo la mente. Bisogna creare nella persona che vuole cambiare, consapevolezza e così facendo posso accompagnarla ogni giorno in un autentico cambiamento. Per questo chiedo in consulenza che mi si scriva ogni giorno e mi si dica cosa si è mangiato. In questo modo la persona comprende più facilmente se mangia per ansia o vuoto affettivo. 

La novità sta nel fatto di essere accompagnati giorno per giorno. Il mangiare è sempre un sostituto di qualcosa; una tempo era fame, ma c’erano anche la famiglia, la società, la contrada e non si sentiva la solitudine. Il fatto di non vivere più in questo assetto protettivo crea solitudine nella persona, che spesso appaga questo vuoto col cibo. Anche stare in cucina è curativo, si cucina per se stessi e per la famiglia: è un atto sacro. 

Se facciamo una cucina con cibi puliti, abbiamo un impatto positivo sul nostro funzionamento. Oggi purtroppo non si dà abbastanza valore al cibo pulito, che sarebbe metaforicamente la benzina della nostra auto”.

 

Il tuo percorso di studio?

“Ho studiato con Martin Halsey de La Sana Gola, ho fatto tre anni di terapista alimentare, tre di cuoco olistico. Ho fatto corsi con la regione Toscana, ho preso anche il diploma dell’Istituto alberghiero”

Perché l’alberghiero?

“Volevo avere anche una formazione tradizionale per poter lavorare su vecchie abitudini radicate. Semplificando la dieta si semplifica il lavoro dell’intestino che rimane più pulito, e quindi si semplifica il lavoro del cervello. Con poco si può ottenere grandi risultati. Quando semplifichi i pensieri, l’ansia se ne va.

Ho lavorato e lavoro con il dottor Franco Berrino, abbiamo fatto tanti eventi, le vacanze studio, la cucina per le donne in pre menopausa con il metodo integrato, abbiamo insegnato il cibo preventivo, anti infiammatorio”. 

Una sintesi di tutto ciò?

“La regola è una sola ed è molto semplice. L’alimentazione sana non è una rinuncia al cibo ma alla malattia”.



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