L'ALLARME Africa, morire di ritardo Da luglio 50 mila decessi per fame. Aiuti troppo lenti.

di Antonia Del Re (Lettera 43, quotidiano online, 29 gennaio 20102)

Lo stato di carestia è stato dichiarato nel luglio 2011. Da allora, nel Corno d'Africa, almeno 50 mila persone sono morte a causa della malnutrizione. Di queste, secondo l'Unicef, più di 30 mila sono bambini. E la mancanza di cibo e acqua minaccia ancora la vita di 150 mila persone.
DALL'ONU 1,5 MILIARDI DI DOLLARI. Durante l’estate, gli abitanti a rischio erano 750 mila. Il numero è calato notevolmente anche grazie a 1,5 miliardi di dollari di aiuti stanziati dalle Nazioni unite, che hanno garantito cibo e assistenza alla popolazione. Tuttavia, decine di migliaia di morti pesano sulla coscienza dei governi che non hanno saputo gestire l'emergenza e che vengono accusati di un ritardo catastrofico.
Un rapporto pubblicato da Oxfam (Oxford committee for famine relief) e Save the children li accusa di troppa lentezza nei soccorsi.
«C'erano chiari indicatori sul territorio per poter lanciare l'allarme già nell'agosto del 2010», hanno scritto gli autori del rapporto reso noto il 18 gennaio, «ma la dichiarazione è arrivata quasi un anno dopo, quando i tassi di malnutrizione erano andati ben oltre la soglia di emergenza. Un ritardo causato da una certa cultura di avversione al rischio, senza considerare che i donatori hanno bisogno della prova di una catastrofe umanitaria prima di agire».
Secondo le stime dell'Oxfam, dunque, i 30 mila bambini morti da maggio a settembre scorso sarebbero potuti essere molti meno se l’Occidente non avesse esitato troppo.
Nel Sahel, la produzione di cereali è in calo del 25%


(© Getty) Sfollati somali fuggiti da una grave carestia nel Sud del Paese si preparano a lasciare un campo di sfollati interni a Mogadiscio.

L’errore è stato tragico. E non bisogna ripeterlo, visto che la carestia si sta estendendo anche al territorio del Sahel, che va dalla Mauritania al Ciad. Secondo Oxfam, la produzione di cereali della zona è in calo del 25% rispetto alle previsioni, mentre i prezzi degli alimenti di prima necessità sono aumentati del 40% rispetto agli ultimi cinque anni.
SOMALIA, SOCCORSI OSTACOLATI. Se il Sahel è a rischio, il Corno d’Africa è lungi dall’aver trovato pace. La situazione più grave è quella somala, anche a causa dei blocchi dei soccorsi imposti dai guerriglieri islamisti Al Shabaab che presidiano il territorio.
In particolare, gli aiuti della Croce rossa destinati a 240 mila persone sono bloccati da metà dicembre nelle regioni di Middle Shabelle e Galgaduud, nel centro del Paese. E l'organizzazione internazionale fa sapere che gli aiuti non potranno essere restituiti fino a quando le autorità locali non garantiranno la sicurezza delle consegne.
La Croce rossa aveva continuato a fornire aiuti anche dopo il blocco imposto dalle milizie di Shabaab a metà novembre nei confronti di 16 organizzazioni umanitarie, fra cui anche diverse agenzie dell'Onu. Secondo i miliziani, le Nazioni unite starebbero ingigantendo la questione delle carestie, che in realtà non sarebbe poi così grave, per interferire sulla governance del Paese.
L'offensiva contro i guerriglieri che rifiutano o bloccano gli aiuti umanitari

Molti dei somali fuggiti dai territori martoriati dalla morìa di bestiame e dalla mancanza di cibo hanno trovato rifugio nei campi profughi in Kenya e in Etiopia.
Sovraffollati e con condizioni al limite della sopravvivenza, nelle ultime settimane i campi sembrano diventati autentiche polveriere. Nel dicembre scorso, ci sono stati almeno quattro attacchi ai danni di poliziotti che presidiavano il territorio di Dadaab, che ospita circa 460 mila persone.
Mentre uno dei responsabili del Community peace and security team dello stesso campo è stato ucciso in un agguato mentre rientrava a casa. A causa di queste violenze, l'ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell'Onu (Ocha), ha sospeso gran parte delle attività nel campo tenendo in piedi soltanto i servizi necessari a garantire la sopravvivenza dei rifugiati.
Le cose non vanno meglio in Etiopia, nel campo profughi di Dollo Ado, dove i primi di gennaio uomini armati hanno aperto il fuoco contro operatori umanitari.
ESCALATION DI VIOLENZA NEI CAMPI. L'escalation di violenza degli ultimi mesi ha una ragione. Le truppe kenyane, da novembre, sono impegnate in una vasta offensiva via terra contro gli Shabaab, gli stessi guerriglieri che in Somalia rifiutano o bloccano gli aiuti umanitari, e responsabili di diverse incursioni in Kenya per rapire volontari e turisti.
L'obiettivo del governo di Nairobi è smantellare l'organizzazione, che però gode di numerosi appoggi sul territorio. «Porteremo la guerra nelle vostre città» disse mesi fa un leader degli Shabaab. Ora quegli attacchi sono arrivati oltre il confine, non solo nella capitale Nairobi, ma anche nei campi profughi, dove il Kenya è più vulnerabile.




Carestia nel Sahel: per il relatore Onu è 'un fallimento di tutti'
Home > Carità e Solidarietà > notizia del 24/01/2012 16.24.51 Radio Vaticana on line


“I segnali d’allarme ci sono tutti. Siccità, scarsi raccolti e aumento dei prezzi del cibo hanno portato la regione del Sahel e dell’Africa occidentale sull’orlo di una crisi umanitaria. Non dobbiamo aspettare che la gente muoia di fame”: è l’appello lanciato da Olivier De Schutter, relatore speciale dell’Onu per il diritto all’alimentazione, dopo l’emergenza segnalata negli ultimi mesi dai governi di Niger, Mali, Ciad e Mauritania. L’esperto - riporta l'agenzia Misna - esprime preoccupazione anche per il Senegal e il Burkina Faso dove purtroppo le autorità hanno “reagito con lentezza”. In base ai dati ufficiali sei milioni di persone sono già colpite dall’insicurezza alimentare in Niger, altri 2,9 milioni in Mali e 700.000 in Mauritania. Sia a Nouakchott che a N’Djamena i raccolti di cereali sono del 50% inferiori rispetto all’ultimo anno. In attesa dei prossimi raccolti, non prima di maggio, questi paesi non possono contare su grandi riserve: dovranno importare dal mercato internazionale cibo sempre più costoso. Dallo scorso novembre, in Niger il prezzo del miglio è aumentato del 37% e gli altri cereali alla base dell’alimentazione locale hanno subito rincari del 40% rispetto alla media regionale degli ultimi cinque anni. Ma, in realtà, insiste De Schutter, “quello che appare come una calamità naturale non è altro che un sintomo del nostro fallimento a prepararci meglio e a reagire più velocemente sin dai primi segnali”. In riferimento alla grave crisi che l’anno scorso ha colpito i paesi del Corno d’Africa, il relatore avverte che la comunità internazionale “non deve commettere ancora lo sbaglio di rispondere tardi” visto che nel Sahel “abbiamo la chance e la responsabilità di salvare vite umane”. Secondo l’esperto Onu sono necessari sia interventi a breve termine per offrire assistenza immediata sia azioni sostenibili sul lungo termine. “La malnutrizione cronica nell’area non è dovuta solo a una mancanza di cibo ma è anche il risultato di pratiche errate, dell’accesso limitato ad acqua potabile, a servizi igienici e a cure”. (R.P.)



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