Rappresentazioni e realtà dell’immigrazione e dell’asilo: una divaricazione allarmante

di Maurizio Ambrosini, università di Milano, intervento a Welforum

Rappresentazioni e realtà dell’immigrazione e dell’asilo: una divaricazione allarmante


 


Maurizio Ambrosini, università di Milano


 


La guerra in Siria e Iraq ha costretto alla fuga circa cinque milioni di profughi. Solo una modesta minoranza secondo i dati dell’UNHCR (2017), mediamente i più attrezzati e selezionati, arrivano in Europa, ma questo è bastato a scatenare paure e rifiuti. In realtà l’84% delle persone in cerca di asilo (65,6 milioni nel 2016) trova accoglienza in paesi del terzo mondo. Circa 40 milioni sono sfollati interni, accolti in altre regioni dello stesso paese. Gli altri 25 milioni sono perlopiù bene o male insediati nei paesi limitrofi. Meno del 10% arriva in Europa. Il Libano ha accolto più rifugiati siriani dei 28 paesi dell’UE messi insieme, con un’incidenza stimata oggi intorno ai 169 ogni 1.000 abitanti, mentre la Giordania raggiunge gli 80 su 1.000 e la Turchia i 40. Per offrire dei termini di paragone, si può ricordare che la Svezia è a quota 30 circa, l’Italia a quota 4, con circa 250.000 rifugiati accolti a fine 2016. I termini di paragone sono 2,9 milioni per la Turchia, 1,4 milioni per il Pakistan, 1,0 milioni per il Libano, 979.000 per l’Iran, 941.000 per l’Uganda, 792.000 per l’Etiopia, 664,000 per la Giordania. Eppure in Europa e in Italia predomina l’idea dell’invasione di una folla incalcolabile di richiedenti asilo.


 


Superare la confusione tra immigrazione e asilo


 


Considerazioni analoghe valgono per l’immigrazione in generale: il discorso pubblico ripete ogni giorno che siamo di fronte a un fenomeno gigantesco, in tumultuoso aumento, che proverrebbe principalmente dall’Africa e dal Medio Oriente e sarebbe composto soprattutto da maschi mussulmani. I dati disponibili ci dicono invece che l’immigrazione in Italia dopo anni di crescita è sostanzialmente stazionaria (appena +52.000 nel 2015), intorno ai 5,5 milioni di persone, che diventano 5,9 milioni tenendo conto delle stime sulle presenze irregolari. Sono arrivate per lavoro in un primo tempo, poi per ricongiungimento familiare, con circa un milione di minori e 2,4 milioni di occupati regolari. Come se non bastasse, le statistiche dicono che l’immigrazione è prevalentemente europea, femminile e proveniente da paesi di tradizione cristiana (tab.1).


 


Tabella 1. Rappresentazione e realtà dell’immigrazione


 


 


La crisi economica sta condizionando le strategie dei migranti, e in modo particolare i nuovi arrivi. Mentre per circa trent’anni il mercato ha assorbito manodopera immigrata, obbligando governi di ogni colore a varare ben sette sanatorie in 25 anni, ora il sistema economico sta comunicando il messaggio che nella fase attuale non ha bisogno di nuovi lavoratori. Persino i ricongiungimenti familiari risentono dell’avversa congiuntura economica e le stesse nascite da genitori immigrati sono leggermente calate negli ultimi due anni. L’immigrazione in Italia nel suo complesso sta cercando di resistere alla persistente crisi economica e di mantenere per quanto possibile l’insediamento costruito negli anni precedenti.


Si verifica dunque una perniciosa confusione tra asilo e immigrazione in generale. Arrivi molto visibili, certo drammatici ma anche drammatizzati, hanno occupato il centro della scena, offuscando le altre componenti, molto più rilevanti, di un universo complesso e sfaccettato come quello delle migrazioni. Per dare qualche termine di paragone, a fronte di 250.000 rifugiati gli immigrati titolari di partita IVA sono più di 600.000, le persone che lavorano presso le famiglie italiane sono stimate in circa 1,6 milioni, i cittadini stranieri che hanno ottenuto la naturalizzazione hanno raggiunto nel 2015 la cifra di 178.000.


Per di più, gli sbarchi solo negli ultimi due anni si stanno traducendo prevalentemente in richieste di asilo in Italia: in precedenza la maggioranza passava le Alpi per chiedere protezione internazionale in altri paesi. Nel 2014, su 170.000 sbarcati meno di 70.000 avevano richiesto protezione internazionale al nostro governo. Le loro aspirazioni si incontravano con la tradizionale politica italiana in materia: favorire i transiti verso Nord, evitando il più possibile d’impegnarsi nell’accoglienza. Ora le domande di protezione internazionale sono sensibilmente cresciute, fino alla recente svolta delle politiche governative (estate 2017): 86.722 nel 2015, 123.482 nel 2016. Da qui all’invasione c’è ancora comunque molta strada.


Oggi semmai il transito è diventato più difficile, e i paesi dell’Europa centro-settentrionale fanno pressione perché i rifugiati vengano identificati e accolti nei paesi di primo approdo, anche prelevando forzatamente le impronte digitali presso i cosiddetti hotspot. Gli accordi di redistribuzione faticosamente raggiunti nell’autunno 2015, e non con tutti i paesi membri dell’Unione Europea, di fatto non sono stati finora onorati: solo 8.200 richiedenti asilo ricollocati in altri paesi (settembre 2017).


Pur con queste precisazioni, l’enfasi sulla necessità di contenere i flussi e la recente svolta nelle politiche governative italiane non deriva da un’analisi obiettiva dei dati, ma dall’impatto che ha sull’opinione pubblica la visione televisiva dei salvataggi, dei naufragi e degli sbarchi sulle coste delle regioni meridionali. Alcuni attori politici si sono impadroniti dell’argomento, facendone materia di polemica e propaganda. D’altro canto, l’approdo dal mare di persone in cerca di asilo ha tutte le caratteristiche per scatenare le ansie e i fantasmi delle società riceventi: si tratta di stranieri che arrivano senza chiedere permesso e senza essere stati invitati, non hanno regolari documenti, e per di più una volta sbarcati chiedono assistenza e non possono essere respinti. Il vulnus nei confronti dell’idea di sovranità nazionale, di controllo dei confini e di sicurezza nei confronti di intrusioni dall’esterno non potrebbe essere più clamoroso.


 


Gli immigrati non arrivano dai paesi più poveri


 


Anche l’idea largamente diffusa di un nesso diretto tra povertà e migrazioni è ugualmente approssimativa. Certo, le disuguaglianze tra regioni del mondo, anche confinanti, spiegano una parte delle motivazioni a partire. Anzi, si può dire che i confini sono il maggiore fattore di disuguaglianza su scala globale. Pesano più dell’istruzione, del genere, dell’età, del retaggio familiare. Un bracciante agricolo nell’Europa meridionale guadagna più di un medico in Africa. Questo fatto rappresenta un incentivo alla mobilità attraverso i confini.


Nel complesso però i migranti internazionali sono una piccola frazione dell’umanità, rappresentando all’incirca il 3,3% della popolazione mondiale: in cifre, intorno ai 244 milioni su oltre 7 miliardi di esseri umani, una persona ogni 33. 76 milioni di essi, pari al 31,4%, risiedono in Europa, che è anche però terra di origine di 59 milioni di emigranti. Ciò significa che le popolazioni povere del mondo hanno in realtà un accesso assai limitato alle migrazioni internazionali, e soprattutto alle migrazioni verso il Nord globale. Il temuto sviluppo demografico dell’Africa non si traduce in spostamenti massicci di popolazione verso l’Europa o altre regioni sviluppate. I movimenti di popolazione nel mondo avvengono soprattutto tra paesi limitrofi o comunque all’interno dello stesso continente (87% nel caso della mobilità africana), con la sola eccezione dell’America settentrionale, che attrae immigrati dall’America centro-meridionale e dagli altri continenti.


In questo scenario, la povertà in senso assoluto ha un rapporto negativo con le migrazioni internazionali, tanto più sulle lunghe distanze. Le migrazioni sono processi selettivi, che richiedono risorse economiche, culturali e sociali: occorre denaro per partire, che le famiglie investono nella speranza di ricavarne dei ritorni sotto forma di rimesse; occorre una visione di un mondo diverso, in cui riuscire a inserirsi pur non conoscendolo; occorrono risorse caratteriali, ossia il coraggio di partire per cercare fortuna in paesi lontani, di cui spesso non si conosce neanche la lingua, di affrontare vessazioni, discriminazioni, solitudini, imprevisti di ogni tipo; occorrono (soprattutto) risorse sociali, rappresentate specialmente da parenti e conoscenti già insediati e in grado di favorire l’insediamento dei nuovi arrivati. Come ha detto qualcuno, i poverissimi dell’Africa di norma non riescono neanche ad arrivare al capoluogo del loro distretto. Di conseguenza, la popolazione in Africa potrà anche aumentare, ma senza una sufficiente dotazione di risorse e senza una domanda di lavoro almeno implicita da parte dell’Europa, non arriverà fino alle nostre coste.


I migranti dunque come regola non provengono dai paesi più poveri del mondo. Certo, gli immigrati arrivano soprattutto per migliorare le loro condizioni economiche e sociali, inseguendo l’aspirazione a una vita migliore di quella  che conducevano in patria. Ma questo miglioramento è appunto comparativo, e ha come base una certa dotazione di risorse. Lo mostra con una certa evidenza uno sguardo all’elenco dei paesi da cui provengono.  Per l’Italia, la graduatoria delle provenienze vede nell’ordine: Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina, Filippine, Moldova. Nessuno di questi è annoverato tra i paesi più poveri del mondo, quelli che occupano le ultime posizioni nella graduatoria basata sull’indice di sviluppo umano dell’ONU. In generale i migranti provengono prevalentemente da paesi collocati nelle posizioni intermedie della graduatoria. Per esempio negli Stati Uniti provengono in maggioranza dal Messico.


Per le stesse ragioni, i migranti non sono i più poveri dei loro paesi: mediamente, sono meno poveri di chi rimane. E più vengono da lontano, più sono selezionati socialmente. Lo stesso vale per i rifugiati: i siriani giunti in Germania sono in maggioranza istruiti e professionalmente qualificati.


Anche l’idea che l’incidenza degli immigrati sulla popolazione sia particolarmente elevata nei paesi più avanzati non trova conferma nei dati statistici. I valori più elevati sono raggiunti dagli Emirati Arabi Uniti (88,4%), seguiti dal Qatar (75,5%), dal Kuwait (73,6%), dal Bahrein (51,1%), da Singapore (45,4%). In Europa, a parte il caso anomalo del Lussemburgo (44,0%), la percentuale maggiore di stranieri rispetto ai residenti è fatta segnare dalla Svizzera (29,4%), seguita dall’Austria (17,5%) e dalla Svezia (16,8%). Questi dati ci dicono anche che non è mai stata provata un’altra leggenda popolare, quella di una presunta “soglia di tolleranza”, ossia di un’incidenza dell’immigrazione sulla popolazione residente superata la quale sarebbe impossibile l’integrazione sociale degli immigrati e scoppierebbero automaticamente dei conflitti tra vecchi e nuovi residenti. Si noti che tra i paesi ad alta incidenza di immigrati ve ne sono di piccoli e di grandi, di molto popolati e con bassa densità di popolazione. Generalmente sono comunque paesi ad alto reddito: difficile individuare delle costanti, ma si osserva una relazione positiva tra benessere e immigrazione straniera, anziché il contrario.


La stessa relazione si osserva all’interno del nostro paese: le aree con maggiore incidenza dell’immigrazione sono quelle con redditi più alti e disoccupazione più bassa. La cartina dell’insediamento degli immigrati corrisponde fedelmente a quella dello sviluppo socio-economico dei territori. Forse una maggiore conoscenza di questi fenomeni potrebbe aiutare a prendere decisioni migliori.


 


Abstract.


Il dibattito su immigrazione e asilo è prigioniero di stereotipi e narrazioni ansiogene. Si confondono immigrati e rifugiati, si parla di flussi epocali quando invece il volume dell’immigrazione in Italia è stazionario, si immagina che l’Europa sia invasa da torme di rifugiati quando invece l’84% di essi trova asilo nel Terzo Mondo. Anche l’idea di uno stretto legame tra emigrazione e povertà non trova sostegno nei dati: gli immigrati non arrivano dai paesi più poveri del mondo, e non sono i più poveri dei loro paesi. Forse una migliore conoscenza del fenomeno, a partire dai dati, aiuterebbe a prendere decisioni migliori.



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