ELEGGI L'ALBERO DELL'ANNO VIA FACEBOOK. Vince una maestosa Roverella siciliana di circa seicento anni alta venti metri con un tronco di sette, alla cui base si apre una grande cavitą, per cui č nota come la Grande quercia cava

di Paola Pastacaldi, giornalista e scrittrice

 


Una maestosa Roverella di circa seicento anni alta venti metri con un tronco di sette, alla cui base si apre una grande cavità, per cui è nota come la Grande quercia cava, tanto da ospitare all’interno delle enormi stalattiti di legno, è stata eletta Albero dell’Anno 2016 dal Gruppo di Facebook Amici degli Alberi. Un concorso che ha tre anni di vita, il primo ad occuparsi di eleggere un albero significativo per il nostro Paese. La Roverella, in gergo botanico Quercus Pubescens Wild, si trova in Sicilia, provincia di Messina, in un querceto rado, circondata da olivi e poche altre querce, un luogo isolato, a Santa Lucia del Mela, nella località Vallone Ghiacciari. La sua candidatura è stata proposta da Davide Miroddi, che ne diventa così il “custode”. Per la Roverella Davide Miroddi si è dato molto da fare e ha presentato anche una nutrita scheda tecnica (non necessaria per concorrere) che prevede un intervento di valorizzazione, oltre che di protezione, con parziale pulitura del sottobosco e l’eliminazione delle specie infestanti. La battaglia della Roverella l’ha vista in lizza contro cento e uno alberi candidati da tutta Italia.


Il concorso è stato ideato e promosso da Antimo Palumbo, uno storico degli alberi di Roma, attraverso la rete e raccoglie ormai ventimila e cinquecento iscritti. Devo dire che in questo caso la rete, abbandonata la sua protervia e superficialità invasiva e ormai cronica, dimostra l’opposto, cioè tutta la sua valenza, la sua forza positiva capace di generare unione e vera socialità con uno scopo rispettabile e squisitamente umano. Il concorso si chiama Eleggi l’Albero dell’Anno, ed è una sorta di festa degli Alberi, nel senso più nobile del termine, ma anche un gioco, molto ben articolato, una sorta di maratona sportiva degli alberi che vede in lizza una Regione contro l’altra. Inizia a novembre e finisce a metà febbraio. E’ facile partecipare: basta proporre un albero, diciamo del cuore, non necessariamente storico, bello, antico o elegante (la gara è aperta a tutti gli esemplari di alberi). E’ sufficiente indicare nel gruppo di Facebook Amici degli Alberi il nome comune del tipo di albero candidato e poi quello botanico (in caso di difficoltà provvederà a farlo l’organizzazione), pubblicare una foto recente, indicare dove si trova, cioè l’indirizzo, e il proprio nome. Vince l’albero il più votato che arriva nelle finali dopo vari spareggi, forse il migliore? Non necessariamente. Uno sguardo alle foto, disponibili per chiunque nella cartellina delle Foto (sempre Facebook, alla voce Amici degli Alberi e poi Eleggi l’Albero dell’Anno). I cento e uno alberi sono tutti lì, fotografati con la loro scheda di candidatura e vi si possono ammirare esemplari di ogni genere. Belli e brutti. Una gioia per gli occhi. Un viaggio nell’Italia dei patriarchi e del mondo arboreo più umile. L’Albero dell’Anno non risponde tanto e solo alla prerogativa della bellezza o dell’antichità, della grandezza monumentale (anche se ce ne sono di straordinari come il Ficus Magnolioide di Palermo, considerato uno degli alberi antichi più belli e affascinanti d’Europa), ma anche alle leggi del cuore o della storia privata e personale. Tra i partecipanti, dunque, anche alberelli non proprio campioni di estetica, magari vecchi e storti e monchi, ma che importa quando sotto quell’albero sono cresciute tre generazioni e colui che lo candida è come se presentasse un parente, anzi un avo miracolosamente sopravissuto alle intemperie del tempo, capace di raccontare tutta la storia della sua famiglia e anche della sua epoca, guerre comprese. Un valore enorme.


Vorremmo sottolineare che l’albero è sempre un valore. Solo che il genere umano spesso lo scorda, seguendo una logica di profitto, di finto ordine, accondiscendenza verso gli elettori, per favorire stupide richieste di cittadini che non pensano al futuro del bene comune, ma sono infastiditi dallo sporco delle foglie o dei rami che cadono, decretando la lenta agonia del genere verde.


Il premio della critica è andato, invece, ad una Farnia di Sterpo (Quercus Robur) del Friuli, sita nel parco di villa Colloredo Venier a Bertiolo, Udine, un antico maniero del Trecento, ed è stata proposta da Paola Morselli. E’ un autentico monumento vegetale, alto venti metri e ne ha quasi otto di circonferenza. Ha tra i cinque e seicento anni. E’ semplicemente meravigliosa, seducente come una dama del Medio Evo. La sua bellezza particolare è segnata da un originale ramo perpendicolare e molto basso, che la rende subito riconoscibile e unica.


Oltre ai “Mi Piace” di Facebook, c’è anche giuria tecnica formata da un gruppo di dieci esperti (solo per citarne alcuni, la paesaggista Francesca Marzotto Caotorta, il neurobiologo Stefano Mancuso, il professore di Arboricoltura dell’università di Palermo e scrittore Giuseppe Barbera, la giornalista Paola D’Amico). Il Concorso cresce di anno in anno, come notorietà e numero di persone.


Rivolgiamo qualche domanda ad Antimo Palumbo, l’ideatore del concorso, ben noto a Roma per le sue passeggiate storiche nei parchi e gli incontri e i seminari sui giardini che conduce ormai da oltre dieci anni.


“Nelle qualificazioni la Roverella siciliana si è battuta contro uno degli alberi favoriti del Veneto, un Cedro dell’Atlante della villa veneta del 1700 Albrizzi Franchetti di San Trovaso di Preganziol, Treviso, (fu di proprietà anche del noto esploratore della Dancalia etiope Raimondo Franchetti). Un albero ultracentenario importato probabilmente dal Marocco e proposto da Barbara Antonaci, che è giunto quarto nella classifica finale con ben 957 voti. Cento e uno gli alberi candidati. Venti le regioni coinvolte. Assenti quest’anno Basilicata e Calabria. Sicilia e Veneto (seconda regione come partecipazione) sempre molto attivi. Il premio richiede di fare squadra, altrimenti è impossibile vincere da soli. Si deve condividere. C’è stato un paese, dove persino il sindaco ha invitato tutti a votare l’albero candidato. E c’è chi se la prende seriamente, se non vince”.


Citiamo qualche altro albero?


“La Sughera, un Quercus Suber, che ho proposto personalmente, l’albero credo più bello di Roma, che si trova nell’Orto Botanico e che ha seicento anni. Il Gingko Biloba proposto da Costanza Stag che si trova all’Orto Botanico di Lucca, che ha vinto in Toscana”.


Antimo sorride pensando a come ha dovuto calmare gli animi di chi ha perso la competizione.


Una domanda cattiva. Possibilità di brogli?


“Stiamo molto attenti controlliamo i voti fasulli, lo spam, i generatori di like, quando molta gente vota da posti lontanissimi. Quest’anno è successo con l’Ucraina, sospettavamo che fossero voti artefatti. Lo spirito del Premio è la volontà che l’albero piaccia, che lo si voglia salvare”.


Ecco, appunto, serve anche a qualcosa il Concorso?


“Si, per esempio a salvare l’albero dall’abbattimento. E’ accaduto con il Noce di Cles, il cui custode è Sergio Di Pietro Martinelli che ha vinto lo scorso anno”.


Cosa significa gestire un gruppo così?


“Un lavoro enorme che dura parecchi mesi e anche scontrarsi con le eventuali contestazioni di coloro che vogliono vincere per vincere. Il nostro gruppo propone e promuove la cultura degli alberi e tende ad essere critico nei confronti dei talebani degli alberi, cioè di coloro che scendono in strada per difendere strenuamente l’albero sotto casa dal taglio, ma che poi ignorano che c’è una strage di mille alberi che si sta compiendo a Centocelle”.


Già, cosa servirebbe all’Italia per uscire da questi eccessi e questa indifferenza?


“In Italia manca la cultura degli alberi, si sa. Ho pensato spesso che servirebbe un‘associazione culturale fatta anche solo di sei mila persona che pagassero una tessera modesta e un project manager che la promuovesse. Alla Casaleggio, per intenderci”.


Ci spieghi cosa significa eleggere l’Albero dell’anno?


“Serve a concentrare l’attenzione di persone, media e istituzioni su un essere vivente che ha caratteristiche degne di attenzione, non solo per la bellezza o la grandezza, ma anche per la storia; significa difenderlo dall’abbattimento, come è accaduto per il Noce di Cles dello scorso anno”.


Lei ha scritto più volte che noi non abbiamo un albero diciamo nazionale che ci rappresenti, come accade in altri paesi europei, perché?


“Ci vorrebbe che qualcuno in Parlamento facesse una Legge, servirebbe un Referendum. Il WWF ci aveva provato a fare l’albero delle Regioni, ma tutto è rimasto fermo. Il governo aveva fatto la legge del 2013 numero 10, sugli alberi monumentali, non ancora applicata completamente e che poi si è trasformata nella Giornata degli Alberi del 21 novembre. Ma, per fare un esempio, quest’anno qui a Roma è stata persino dimenticata.”.


Quale albero potrebbe, secondo lei, essere candidato come albero nazionale italiano?


“Il Pino domestico potrebbe essere il candidato principale oppure il corbezzolo per i colori delle sue foglie, i frutti e i fiori portati allo stesso momento, simili a quelli della bandiera italiana, ma certo è una immagine meno forte del Pino italico”.


La premiazione sarà aperta al pubblico?


“Certo. Sarà a maggio, forse la faremo, è ancora da confermare, nella sede dell’ex URP della Forestale dello Stato di Roma”.


Antimo Palumbo nel suo Blog e nella sua pagina Facebook cita spesso anche i grandi concorsi europei, tra i quali primeggiano Francia e Inghilterra, ovviamente, ma non solo. Siamo andati a vedere i siti per curiosità. Ne siamo usciti commossi, il valore dato agli alberi non è solo di tipo ambientale, o botanico o naturalistico, ma è legato a quel sentimento di benessere e pacificazione interiore che l’albero sa generare in chi lo guarda e lo respira. Difficile persino da descrivere, bene lo ha fatto Herman Hesse nel suo piccolo libro sulla vecchiaia che consigliamo di leggere.


Prendo spunto dalla Francia: il Concours de L’Arbre de L’Année invita a partecipare tutto il corpo sociale, non solo i cittadini, ma anche le famiglie, le scuole, le imprese e le associazioni, e spiega che contano sì le caratteristiche naturalistiche o estetiche, ma anche la storia dell’albero, la sua importanza culturale, affettiva e sociale. Simbolica, oltre che storica. L’Inghilterra dà una grande zampata in più, come sua abitudine in materia di verde, nel sito di Woodland Trust, che si apre con questa frase che consegno ai miei lettori (spero molti) per riflettere. “Siamo qui per lottare per gli alberi”. A chi non fosse chiaro il tema, il più grande ente inglese di conservazione boschiva, scrive: “Gli alberi devono affrontare una sfida enorme contro malattie parassiti e impatto umano”.


Impatto umano, dunque, tra i pericoli. Da non scordare, soprattutto in Italia.


 


 


 


 


 



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